Corte penale internazionale: mandato di arresto per Omar Al Bashir

darfur-shirtDel mandato di arresto, emesso dalla Corte penale internazionale, per Omar Al Bashir, Presidente sudanese e considerato responsabile dei massacri nel Darfur, si sta molto discutendo. Di primo acchito, la mia reazione è stata positiva: credo negli organismi internazionali e multilaterali, come l’ONU e la Corte penale internazionale, per favorire la pace tra gli stati, ma anche per perseguire i responsabili di crimini contro l’umnaità.
Tra i commenti a favore dell’operato della Corte riporto qui l’articolo di Bernard-Henri Lévy (“Contro le anime belle”), dal Corriere di oggi. Ho trovato però anche pareri di persone autorevoli che sono invece perplesse, ad esempio Michael Walzer uno dei principali filosofi della politica e anche Antonio Cassese, esperto di diritto internazionale e già primo presidente del Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia. Sempre a pelle, il fatto che il governo cinese esprima “rammarico e preoccupazione” mi fa pensare che sia la strada giusta. Sul sito del settimanale Vita, un’ampia rassegna stampa.

IL CASO DARFUR

Contro le anime belle

di Bernard-Henri Lévy

Dunque, ci siamo. La Corte penale internaz ionale ha emesso il suo mandato di arresto contro il Presidente sudanese Omar Al Bashir. Questa decisione è una grande notizia per tutti coloro che, da anni, assistevano impotenti ai massacri del Darfur. Questa decisione conferma, con tutta l’autorità della Legge, eccetto l’accusa di genocidio propriamente detto, i terribili sospetti che pesavano sul regime. Stigmatizza, isola, e di conseguenza indebolisce, uno Stato che era forte solo della nostra debolezza, della nostra impassibilità alle sofferenze che esso infliggeva e, in fondo, della nostra vigliaccheria rispetto al potere (petrolio, eccetera) che gli si attribuiva.

Sul piano interno, infine, essa modifica il rapporto di forze in favore di chi, fra i sudanesi, disapprovava in silenzio la fuga in avanti di una dittatura che, dal clima di terrore da essa instaurato, ricavava l’ossigeno necessario alla propria sopravvivenza, e che ormai dovrà venire a patti con l’avversario o anche cedere il posto (Colpo di Stato dell’esercito? Putsch nel Partito maggioritario? Nuova offensiva del Movimento per la giustizia e l’uguaglianza che si era rassegnato, a malincuore, al cessate il fuoco? Da oggi tutto è possibile, veramente tutto, eccetto il mantenimento, nello stato attuale, della dittatura).

Probabilmente, la prima reazione dell’accusato sarà di accentuare la propria tracotanza, di intensificare le operazioni sul terreno, di minacciare le Ong «complici» della decisione dell’Aja: sarà un ultimo colpo di coda; il soprassalto di una bestia politica ferita a morte, consapevole di avere i giorni contati. Non sarà certamente peggio della logica di guerra totale di cui sono stato, con altri, il testimone per questo giornale, e che ha già trasformato il Darfur in un campo di desolazione e di rovina.

Probabilmente, ci saranno in Europa anime belle pronte a gridare che non bisognava prendere di petto quella gente, che bisognava evitare di metterla alle strette perché, in questo modo, abbiamo guastato quel che restava della speranza nelle possibilità di una pace negoziata: l’argomento non ha senso; addirittura, per chi conosce un poco la realtà del posto, è francamente odioso e osceno. Infatti la pace, per il signor Al Bashir, non è mai stata altro che una pace di ceneri e di cimiteri; per lui, non si è mai trattato di prevedere una qualsiasi pace prima che fosse annientata la resistenza dei cittadini del Darfur; se esiste una opportunità, una sola opportunità, di far la pace, essa dovrebbe passare, al contrario, attraverso l’appoggio, fosse pure tardivo, agli ultimi sopravvissuti dei massacri.

E quanto all’argomento di coloro che, nella decisione del Tribunale penale internazionale, vedono un’ingerenza neocoloniale e reputano che spetti agli africani regolare questo dramma africano, esso fa tornare in mente una tale quantità di cattivi ricordi che ci si sente arrossire solo nel dovervisi soffermare.

Non era forse il ragionamento di Goebbels — che prima ancora della vicenda dei Sudeti affermava che «in casa propria ciascuno è re» — o quello degli stalinisti che intimavano all’Occidente di chiudere gli occhi sulle violazioni gravissime dei diritti dell’uomo, le carneficine, operate in quella che si osava chiamare la loro «zona d’influenza»?

Cos’altro è, questo ragionamento, se non un modo di travestire di retorica antimperialista, terzomondista, altermondialista, il sostegno senza vergogna e cinico a una macchina del terrore implacabile e senza pietà?

No, la decisione della Corte penale è incontestabilmente una felice decisione.

Era, per tutti coloro che credono nell’unità del genere umano e che rifiutano il processo mentale secondo cui ci sarebbero vittime degne d’interesse (per esempio le vittime palestinesi) e altre che dovrebbero lasciarci freddi (non le migliaia, ma i milioni di morti senza nome delle guerre dimenticate d’Africa) l’unico atteggiamento coraggioso e saggio. Ci resta da sperare che la comunità internazionale saprà prendere questa decisione sul serio, saprà mostrarsi all’altezza dell’evento e saprà notificare quindi al criminale di guerra Al Bashir che ormai egli è, concretamente, messo al bando delle nazioni.

(traduzione di Daniela Maggioni)

05 marzo 2009

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