Expo di Milano: un anno perso per diktat, dimissioni e poltrone

expo_milanoInteressante questa ricostruzione dell’anno perso per l’Expo. Milano ha vinto la candidatura ormai un anno fa (il 31 marzo 2008), nel frattempo nulla è partito, solo lotte di potere nel centrodestra per accaparrarsi le varie poltrone. In questo l’Italia non cambia mai. L’Expo, comunque lo si giudichi, è un’opportunità. Così si rischia di sprecarla e di dare una pessima immagine dell’Italia all’estero, visto che è, per l’appunto, un evento internazionale. L’articolo, che riporto qui sotto, è di Alberto Statera dalla Repubblica di ieri.

È passato un anno e nessun progetto è decollato, non un euro investito
La città ha assistito a lunghe lotte di potere mentre la mafia affila le armi

Diktat, dimissioni e poltrone: un anno perso per l’Expo di Milano
di Alberto Statera

Altro che “Grosse Koalition” all’ombra della Madonnina, come scrisse il Financial Times quando Milano, regnante ancora per pochi giorni il governo Prodi, si aggiudicò la gara internazionale per l’Esposizione universale del 2015. Un anno è passato da quel 31 marzo del 2008 e la litigiosissima “kleine koalition” di destra che governa la ex capitale morale e la Lombardia, adesso di conserva con il governo di Roma, la Madonnina la sta facendo lacrimare.

Sono passati ingloriosamente dodici mesi tra risse politiche invereconde, diktat reciproci, nomine, dimissioni. E nulla di concreto si è ancora fatto per l’Expo. Se non una girandola di poltrone. Non un mattone, non un centimetro d’asfalto, non un metro di rotaia è stato posato, non un euro speso. Nulla si è mosso per le opere essenziali, tra gli scontri dei potentati politici ed economici, la caccia alle poltrone, la degenerazione dei progetti indotta dai signori degli appalti, gli appetiti crescenti nella colossale operazione immobiliare al tempo della crisi, che all’ombra dei finanziamenti pubblici dovrebbe trasformare Milano in una città “verticale” da due milioni di abitanti. Il tutto sull’onda montante dell'”anticollettivismo” berlusconiano, che sui metri cubi vuole gli italiani “liberi tutti”, sognando un paese di poeti, navigatori e palazzinari.
Tanto che, di fronte alle difficoltà politiche e finanziarie, è spuntato persino il partito provocatorio della rinuncia all’Expo, di cui si è fatto primo portavoce l’architetto Vittorio Gregotti, ricordando la saggia rinuncia di Mitterrand ai faraonici progetti per la celebrazione del bicentenario della rivoluzione francese nel 1989.

Intanto, su uno dei tanti fronti milanesi, stravolgendo il programma fin qui accreditato, incede il partito del “Bucone”, il tunnel di 14 chilometri che dovrebbe collegare, traforando le viscere dell’intera città, l’area in cui sorgerà l’Expo con l’aeroporto di Linate. Costa, all’ingrosso, 3 miliardi, lo vogliono adesso fortemente Roberto Formigoni e l’assessore comunale ciellino Carlo Masseroli, quello che progetta grattacieli in ogni centimetro libero, dalle aree delle caserme a quelle delle stazioni e dei binari ferroviari dismessi, per fare di Milano una piccola Londra con 2 milioni di abitanti.
Oltre, naturalmente, alla Torno, società alquanto problematica titolare del progetto, di cui l’italo argentino Carlos Bulgheroni ha ceduto quote rilevanti all’Abm Merchant, del finanziere Alberto Rigotti, basato in Lussemburgo, che se il Bucone si farà aspira alla gestione del passaggio a pagamento per sessanta o almeno quarant’anni.

E le due nuove linee del metrò, la quattro e la cinque? E le altre infrastrutture ? Letizia Moratti nicchia, dopo aver impiegato un anno per rinunciare al controllo della Società di gestione dell’Expo attraverso il suo uomo, dopo scontri epocali con il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, con Formigoni, con la Lega, tutti impegnati non a metter giù rotaie e parcheggi ma, “culi sulle sedie”, come dice, chiedendo l’anonimato, uno dei protagonisti di quest’anno di operose lotte di potere nella destra meneghina.

Già gli esordi furono cupi: non cosa, come e quando fare, ma chi doveva controllare il ben di dio di 12 miliardi pubblici da spendere, più un indotto stimato in 44 miliardi. Il sindaco, il presidente della regione, il presidente della Provincia, il ministro dell’Economia, la Lega Nord, la famiglia La Russa, protesi di Salvatore Ligresti, Berlusconi stesso. O domineddio? La Moratti scelse come suo domineddio quel Paolo Glisenti che Vittorio Sgarbi, ex assessore alla Cultura milanese, ha definito “l’elaborazione intellettuale del nulla”. Detto “Pennacchione” quando a Roma faceva il giornalista, si era preparato il potere assoluto e uno stipendio da otto milioni di euro o giù di lì fino al 2015. Ma è stato smascherato dalle truppe di Bossi: “Quando ci siamo seduti a un tavolo – ha confessato Dario Fruscio, presidente bossiano del collegio dei sindaci della società di gestione prima di dare le dimissioni da quell’inferno – ho capito che di aziende lui capisce poco o niente”. Così Glisenti ha dovuto mollare.

In vista del compimento del compromesso politico, faticosamente impostato in una cena ad Arcore che ha visto persino il “lider maximo” tirato per la giacca, ha dato le dimissioni dal consiglio d’amministrazione pure l’ex rettore della Bocconi Angelo Provasoli, in attesa di presiedere il collegio dei sindaci, e dell’arrivo dei nuovi plenipotenziari, Leonardo Carioni, l’uomo designato da Bossi, e Lucio Stanca, l’ex ministro berlusconiano, del quale, per la verità, non si ricordano strabilianti performance al dicastero dell’Innovazione, cui è riservato adesso il posto di amministratore delegato, con presidente Diana Bracco.

Presidente anche dell’Assolombarda, la più potente organizzazione territoriale della Confindustria, con quel che fin qui si è visto nessuno sembra aver niente da ridire sul fatto che gli interlocutori della Bracco a caccia di appalti miliardari saranno i suoi stessi soci confindustriali: Ligresti, Caltagirone, Impregilo, Astaldi, Pirelli RE, Risanamento, Cabassi, Gavio, Benetton. Un patente conflitto d’interessi. Ma che volete che sia rispetto allo spettacolo degenere che si è dato al mondo dal 31 marzo dell’anno scorso, quando quegli ingenui simpaticoni del Financial Times decretarono che sull’Expo si era compattata un’Italia bipartisan vogliosa di Grosse Koalition. Figurarsi, non ha resistito neanche la più modesta piccola coalizione di destra, berlusconiani, bossiani, formigoniani e partito trasversale degli affari.

Un anno dopo, la nuova rete metropolitana, la grande via d’acqua, la grande via di terra, i padiglioni internazionali, il grande ponte pedonale, i parcheggi sotterranei, le autostrade? Giacciono tutti i progetti, mentre l’assessore Masseroli, testa di ponte formigoniana e per ovvia traslazione della potente Compagnia delle Opere, calcola la “perequazione delle volumetrie”, cioè, tentando di tradurre in italiano, le colate di cemento che più o meno potrà far scorrere nella “città verticale” da due milioni di abitanti, nella colossale operazione immobiliare della “Grande Milano”.

Resta magari da spiegare chi verrà mai ad occupare tanti metri cubi svettanti verso la Madonnina con l’esca degli investimenti dell’Expo. Visto che a Milano ci sono già un milione e 640 mila appartamenti. Ma ottantamila sono desolatamente vuoti. Gli uffici sfitti non si contano. Come dire la desolazione in un’area pari a trenta grattacieli Pirelli, secondo il calcolo dell’architetto Stefano Boeri. Ma che ce ne importa se si attiva la leva finanziaria della banche per i costruttori? D’altra parte, tra pochi mesi anche del Pirellone dovremo decidere che fare, visto che è quasi pronto il Formigone, il grattacielo di 167 metri che Roberto Formigoni ha fatto erigere a suo perenne ricordo per quando sarà chiamato ad ancora più alte responsabilità istituzionali. E probabilmente sarà inseguito da vicende giudiziarie, viste le inchieste che già si aprono sulla distrazione di denaro pubblico negli aggiornamenti in corso d’opera.

Trecentocinquanta giorni sono già passati in una storia ingloriosa di poltrone e di potere da quel 31 marzo 2008. Abbiamo assistito all’iperfetazione policentrica dei poteri, in una logica di “investimento segmentale”, privo di “un quadro di riferimento complessivo”, come dice il professor Matteo Bolocan Goldstein, docente al Politecnico. Diciamo, per tradurre, il dipanarsi irresponsabile di una molteplicità di azioni in proprio svolte a spennare risorse pubbliche.

Così si è perso un anno. Un tempo più che sufficiente alla ‘ndrangheta per organizzarsi al banchetto dell’Expo 2015, con accordi di spartizione che prevedono fette della torta a Cosa nostra e alla Camorra. “Gli interessi in gioco con Expo 2015 – è scritto nell’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia – sono maggiori persino di quelli ipotizzabili dalla realizzazione del Ponte sullo stretto di Messina”. Mille grattacieli invece di due piloni e un’arcata sospesa.

(23 marzo 2009)

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