Più imprenditori, quasi tutti immigrati

citta_multietnicaMentre in Italia la destra urla ancora e sempre contro gli immigrati (ieri Berlusconi a Milano ha dichiarato: Non è accettabile che talvolta in alcune parti di Milano ci sia un numero di presenze non italiane per cui non sembra di essere in una città italiana o europea, ma in una città africana. Questo non lo accettiamo., escono altri dati (alcuni li avevo già pubblicati a dicembre del 2008) che evidenziano di come gli immigrati siano indispensabile per la nostra economia e non solo per il luogo comune per cui “fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare”.
A Milano e provincia le imprese di stranieri danno lavoro a 20 mila persone di cui 3.800 italiani; nel commercio sono gestiti da stranieri il 20% dei ristoranti, il 43% delle gastronomie, il 34% dei punti vendita ambulanti, il 15,5% delle macellerie, il 10 per cento dei bar. Nel periodo che va dal 2000 al 2008 una nuova impresa su tre è stata fondata da immigrati. Se si considera il solo settore manifatturiero, mentre le imprese italiane diminuiscono del 4,7 per cento, quelle immigrate crescono del 18,3. Nel commercio, invece, le attività sono aumentante del 3,2 % in otto anni. Ma solo grazie ai negozi aperti dagli stranieri cresciuti dell’81,3%. Mentre quelli gestiti da italia­ni sono diminuiti del 3,2%. Lo dice la Camera di Commercio, lo riporta il Corriere della Sera in un articolo che incollo sotto.
Ecco allora io dicono cacciamoli tutti questi immigrati e poi Milano forse non sembrerà più una città africana, ma un deserto, una città più povera.

Le imprese di extracomunitari danno lavoro a ventimila persone»
Più imprenditori, quasi tutti immigrati
Negozi e ristoranti: in crescita del 18 per cento le aziende che parlano straniero. Sangalli: stimolo per i milanesi

MILANO – E’ grazie agli Ahmed, ai Nel­son, alle Maria e agli Yassin che l’impresa milanese evita rischio­si passi indietro. E, al contrario, continua a crescere. La situazio­ne è certificata da un’indagine della Camera di commercio di Milano. In due settori centrali per la Provincia, come il com­mercio e la manifattura, è solo grazie al contributo degli im­prenditori immigrati che oggi le aziende milanesi sono più di ot­to anni fa. Qualche numero. Nel periodo che va dal 2000 al 2008 una nuo­va impresa su tre è stata fondata da immigrati. Se si considera il solo settore manifatturiero, mentre le imprese italiane dimi­nuiscono del 4,7 per cento, quel­le immigrate crescono del 18,3. Non a sufficienza, comunque, per far chiudere in positivo il bi­lancio del settore, dove rispetto al 2008, il numero delle aziende è diminuito del 3,4 per cento. Nel commercio, invece, le attivi­tà sono aumentante del 3,2 per cento in otto anni. Ma solo gra­zie ai negozi aperti dagli «ex­tra», cresciuti dell’81,3 per cen­to. Mentre quelli gestiti da italia­ni sono diminuiti del 3,2 per cento.

Un futuro fatto di kebab, bar cinesi e ristoranti etnici? «Il ruo­lo crescente dell’impresa extra­comunitaria non deve spaventa­re — rassicura Carlo Sangalli, presidente della Camera di com­mercio di Milano (oltre che del­l’Unione del commercio)». «L’importante è che tutto si svol­ga in un contesto di regole con­divise e valori riconosciuti — continua Sangalli —. L’impresa straniera fa anche da stimolo a quella milanese doc, spesso a caccia di nuove motivazioni. Certo, sarebbe importante che il fenomeno fosse distribuito in modo omogeneo sul territorio cittadino». Spesso l’imprenditore stranie­ro parte da solo. Ma poi assume. Anche italiani. Tant’è che oggi le imprese extra in provincia di Mi­lano danno lavoro a 20 mila per­sone di cui 3.800 italiani. «Le aziende straniere hanno un tasso di mortalità pari a quello delle ita­liane, segno che la solidità non di­pende dal Paese d’origine dell’im­prenditore », fa notare il segreta­rio generale dell’Unione artigiani di Milano, Marco Accornero.

Nel commercio sono gestiti da stranieri il 20% dei ristoranti, il 43% delle gastronomie, il 34% dei punti vendita ambulanti, il 15,5% delle macellerie, il 10 per cento dei bar. E la concorrenza sleale? «Qualche problema c’è, per esempio sul fronte del rispet­to delle norme igieniche — ri­sponde il presidente dell’Epam, Lino Stoppani —. Comprensibi­le: questi nuovi imprenditori vengono da culture e abitudini diverse dalle nostre. Detto que­sto, siamo di fronte a una velo­cissima riorganizzazione del set­tore ». «I nostri figli non voglio­no saperne — conclude Stoppa­ni —. E così, spesso, a comprare sono stranieri che hanno impa­rato il mestiere partendo come lavapiatti. Ma che possono van­tare una cultura elevata. Molti sono laureati. E con ambizione da vendere».

Rita Querzé
04 giugno 2009

6 pensieri su “Più imprenditori, quasi tutti immigrati

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