Lingotto: il discorso che non ho fatto

Rene-Magritte-Il-figlio-dell-uomoMentre la Serracchiani dichiara, in un’intervista che suscita già mille polemiche e commenti (Sofri e Costa, per dire), che appoggerà Franceschini, pubblico, come annunciato, l’intervento che avevo preparato al Lingotto, ma che poi non sono riuscito a fare per tornare dai miei bimbi. Sono passati solo 5 giorni, ma sembra passata una vita: gli scenari, i protagonisti e il ruolo che possono giocare “quelli del lingotto” verso il congresso del pd stanno cambiando molto rapidamente. E non in bene, mi sembra. C’est la vie…

Ciao. Mi chiamo Michele Merola. Ho 32 anni. Vengo da Lodi. Sono sposato e ho due figli piccoli. Professionalmente mi occupo di ambiente, sviluppo sostenibile e partecipazione dei cittadini alle decisioni pubbliche. Sono anche un pendolare.
Dico queste cose su di me perché poi torneranno nel mio intervento.
Innanzitutto voglio dirvi che sono emozionato e felice. Emozionato e felice perché è da tanto che non mi capitava di sentirmi così in sintonia, così bene in questo partito.
Vengo da Lodi dicevo e parto da qui perché Lodi è diventata tristemente nota per le vicende di Fiorani e soci. Ebbene a Lodi succede che un gruppo di associazioni e cittadini vogliono organizzare uno spettacolo su Fiorani e che Fiorani fa di tutto per impedirlo (lettere di avvocati, diffide, minacce di querele). E il PD che fa? Il nostro partito, secondo voi, che fa? Non si esprime, perché “sai, ci sono sensibilità diverse!”.
Ecco io sono stufo delle sensibilità diverse che diventano la foglia di fico per non decidere nulla. Io voglio un partito che scelga da che parte stare, che abbia il coraggio di scegliere. Che discuta, si confronti, ma poi decida. Che non abbia paura delle differenze interne, che le valorizzi, ma poi prenda una posizione in maniera chiara, inequivocabile. Un partito che rinunci ai tatticismi, agli equilibri interni e ai continui compromessi al ribasso. Perché, purtroppo, questo è stato troppo spesso il nostro partito fino ad adesso. A livello nazionale, ma ancor di più nel locale. Un compromesso tra i diversi gruppi di potere, le diverse bande. Le chiamo così, con il loro nome. Non anime. Sarebbe troppo nobile. Perché se fossimo stati divisi tra laici e cattolici, tra monarchici e repubblicani, per dire, sarebbe già stato tanto. Invece sono gruppi di potere con continui compromessi al ribasso, secondo la logica delle quote: per ruoli di responsabilità piuttosto che scegliere una persona brava, capace e stimata, ma dell’altra componente, meglio una persona mediocre, ubbidiente, ma della mia parte.
Un partito che si è dato regole innovative, le primarie, per dire, ma che poi, alla prima occasione, le ha disattese. Per paura che finisse come a Firenze?
Io penso che queste siano le ragioni profonde che ci hanno portato alla sconfitta delle recenti amministrative ed europee. Aver tradito lo spirito di rinnovamento per cui il PD è nato. Gli elettori ci hanno avvertito.
Ecco io sono qui per cambiare quanto è stato fino ad adesso. Noi siamo qui per cambiare tutto questo. E vi ringrazio per questa opportunità. Per aver organizzato la giornata di oggi. Per farlo, per cambiare, abbiamo bisogno di alcune cose. Voglio ricordare qui quelle che mi sembrano le più importanti. Sono tre: due riguardano il partito, una noi.
Sul partito abbiamo bisogno di due cose: la prima, costruire la nostra identità; la seconda, fare opposizione.
1) Per riconquistare gli elettori delusi, di tutto abbiamo bisogno adesso, tranne che di infilarci in una lacerante diatriba sulle future alleanze. Adesso dobbiamo costruire l’identità del partito. Abbiamo bisogno di un partito che si dia un profilo chiaro, che torni a fare politica, che scelga tre temi forti su cui costruire la propria identità. Che torni tra i cittadini, che ascolti i bisogni delle persone e che dia risposte concrete. Ma risposte che non inseguano la destra. Dicevo tre temi: io suggerirei: legalità e lotta alla mafia, investire in ambiente (mobilità sostenibile, trasporto pubblico, energie pulite, etc.), ricerca ed innovazione (investire davvero in scuola ed università). E poi il grande tema della riforma del welfare. Il mondo del lavoro è completamente cambiato, ma noi siamo rimasti ancorata agli anni ‘60. Io ho due figli: quando è nata la prima, Marta, mia moglie ed io eravamo entrambi precari (co.co.co); il secondo, Luca, è nato quando entrambi eravamo stati assunti a tempo indeterminato. Ecco c’è un abisso tra le due condizioni, in termini di garanzie, tutele ed opportunità. Ed è solo un esempio. Con l’attuale crisi ci sono migliaia, decine di migliaia, di precari che sono lasciati a casa senza nessuna tutela. Vogliamo dare una risposta a questi temi? Un grande partito di centrosinistra, il PD, quali proposte avanza?
2) Fare opposizione. Come è stato detto, non si tratta di fare dell’antiberlusconismo (anche se, lasciatemelo dire, un po’ non fa di certo male ed è fondato), ma di proporre un modello alternativo, anche culturalmente, e contrastare con forza e determinazione le politiche sbagliate di questo governo. Penso alla legge sull’intercettazioni (Fiorani e Fazio, tanto per tornare a quello che dicevo all’inizio, sarebbero ancora al loro posto!) e alla demonizzazione degli stranieri. Anche noi cerchiamo di uscire dagli stereotipi. Non è più vero che gli stranieri fanno soltanto i lavori che gli italiani non vogliono fare più. Fanno anche quelli, certo, ma fanno molto di più. Producono circa il 10% del PIL italiano. In provincia di Milano, per dire, sono imprenditori che danno lavoro a circa 20.000 persone, di cui una quota importante di italiani. Cosa vogliamo fare? Vogliamo chiuderle? Vogliamo cacciare tutti gli stranieri? Il PD su questo cosa vuole dire?
3) Tre cose dicevo. L’identità, l’opposizione e l’ultima, la terza, che riguarda noi, noi che siamo qui oggi: abbiamo bisogno di organizzarci. È essenziale, fondamentale. Non per prendere questo o quel posto di potere, ma per contare. Contare per cambiare. Per fare tutte le cose che ci siamo detti qui oggi. Guardate: non dobbiamo essere velleitari, dobbiamo organizzarci. I blog, io ho un blog, sono essenziali. Senza non saremmo qui oggi. Ma i blog non bastano. Per contare e vincere un congresso non basta. L’esperienza alle europee di Ivan Scalfarotto, confrontata con quella di Debora Serracchiani, insegna. Debora è brava, capace, intelligente e ha vinto. Anche Ivan è bravo, capace ed intelligente. Ma non ce l’ha fatta. Perché Debora ha avuto la sua visibilità mediatica, grazie al web naturalmente, ma è andata in tv e ha avuto anche l’appoggio del partito. Ivan no. A Lodi Ivan ha preso 220 voti, che sembrano niente, ma sono l’1% di tutti i suoi voti. Eppure Lodi ha solo 45.000 abitanti rispetto ai milioni dell’intero collegio. Questo risultato è stato possibile perché, sebbene siamo quattro scalzacani, quattro dilettanti della politica, siamo un minimo organizzati e riconosciuti. In tutto il resto della provincia di Lodi, Ivan ha preso solo un centinaio di voti in più, benché i residenti siano cinque volte quella di Lodi città. Perché li, in provincia, non ci siamo. Per vincere però dobbiamo essere anche lì, come in tutti i circoli.
Dobbiamo organizzarci, essere riconoscibili. Ne abbiamo bisogno, soprattutto nel locale, per raccogliere intorno a noi tutte le persone, e sono tante, che vogliono un partito diverso. I contenuti li abbiamo, le capacità pure, lo abbiamo dimostrato anche qui oggi.. Dobbiamo essere conosciuti e riconosciuti in tutta Italia.
Abbiamo bisogno anche di personalità che hanno una loro visibilità. Non un messia, certo. Ma la politica è anche leadership, soprattutto oggi. Soprattutto con un meccanismo come le primarie.
Per questo, Debora, mi permetto di chiederti di non farti lusingare dalle sirene dei maggiorenti del partito.
Per cambiare il partito, per farlo discutere dei nostri temi, per costruirlo aperto, democratico e partecipato, dobbiamo organizzarci e stare insieme. Da soli, qualcuno di noi farà carriera, ma non cambierà niente.
Insieme, tutti insieme, invece ce la faremo. Ne sono sicuro.
E sarà dirompente.
Grazie.

6 pensieri su “Lingotto: il discorso che non ho fatto

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