Roy Lichtenstein alla Triennale di Milano (di Francesco Laghezza)

Roy Lichtenstein alla Triennale di Milano è il terzo appuntamento artistico consigliato su questo blog da Francesco Laghezza (le precedenti puntate qui e qui).
Buona lettura e soprattutto buona visita!
Ps: tra l’altro, sempre alla Triennale c’è anche la mostra “Green Life: costruire città sostenibili” di cui avevo parlato qui. Per cui, volendo, si possono unire le due cose.

La mostra che vi voglio consigliare di visitare, mi riporta alla memoria due ricordi: il primo risale a quando ero ancora un timido studente liceale appena arrivato in una nuova classe all’inizio della seconda superiore, bene non si sa perché ma la migliore, in tutti i sensi, di quella classe decise diventare mia amica; parlavamo tanto di arte e una volta cominciai a farle l’elenco deimiei artisti preferiti, come se la cosa avesse un senso, e ad un certo punto le citai tale “Liectenstain” con la solita proprietà di accentazione che mi distingue ancora oggi, ma cosi ovviamente non capì di chi si trattava ma bastò aggiungere ”ma si…quello che fa i fumetti” e allora tutto si chiarì…ma si, lei è la mia amica marchigiano-austriaca-americana che quando tutti stavamo ancora a pettinare le bambole pubblicava un suo progetto, elaborato con Richard Sapper (quello della, ormai mitica, radio cubo), su “Domus”..una in gamba insomma; il secondo ricordo è legato ad un viaggio in treno verso Parma durante l’inverno del primo anno di università quando, sfogliando un volumetto con alcune riproduzioni di opere dell’artista, uno che viaggiava con me, di cui non ricordo quasi nulla ma che aveva per cognome il nome di un paese della Sicilia, esclamò ridacchiando:”Ma è famoso?” con la furbizia di chi è in realtà stupido…
Bene, forse avrete già capito di che artista si tratta…la bella mostra aperta in questi giorni a Milano è quella di Roy Lichtenstein al Palazzo della Triennale fino al 30 maggio. Premettendo che per vedere opere importanti, o mostre con opere importanti, di artisti americani bisogna volare oltreoceano (basti come esempio la mostra di Hopper allestita a Palazzo Reale di Milano che in pratica non presentava nessuno dei “capolavori” tanto reclamizzati nei cartelloni pubblicitari), questa mostra, sicuramante la migliore del ciclo di antologiche, realizzate dalla Triennale, iniziato nel 2004 con Warhol, e proseguito negli anni successivi con Haring e Basquiat, permette di vedere in una particolare prospettiva critica, elaborata dal curatore Gianni Mercurio, anche alcune importanti opere storiche degli anni ‘60 dell’artista.
Ovvio che chi volesse vedere i quadri che hanno reso famoso e riconoscibile Lichtenstein con i fumetti non sarà accontentato perché non si tratta di una mostra antologica, come quella enciclopedica del 1993 allestita al Guggenheim di New York, ma di una esposizione che vuole indagare il filone di opere, costante nella sua produzione, che hanno come modello formale quadri di altri artisti da Picasso, a Mondrian, a Matisse, agli espressionisti, ai futuristi ed altri riscritti secondo la cifra stilistica tipica dell’artista. La mostra non ha uno sviluppo cronologico ma è organizzata per sale tematiche che raggruppano le opere riconducibili ad un determinato filone. Particolarmente interessante è la sala con le opere rifatte di Picasso, dove vi è però, a mio avviso, un errore rispetto all’assunto critico della mostra stessa; vi sono infatti in questa sala le prime opere realizzate dall’artista che hanno come modello la ricerca Picasso ma che non hanno nulla a che vedere con la riscrittura pedissequa che Lichtenstein effettuerà successivamente; bisogna forse ricordare come l’artista catalano da Guernica, che è del 1937, in avanti sino al 1973 anno della morte, divenisse il modello di quasi tutti i giovani artisti dell’epoca che si appropriavano dello stile per esprimere temi della loro ricerca ed elaborare un linguaggio nuovo, come faranno in Italia, ad esempio, Birolli, Morlotti, Cassinari, Guttuso e Testori.
Bellissime sono le opere che rappresentano, ingigantite, pennellate di colore, quelle degli anni sessanta, ispirate dall’espressionismo astratto ma elaborate con il linguaggio fortemente grafico dell’artista; le pennellate espressioniste saranno riproposte in alcuni dipinti degli anni ’80 ma questa volta in maniera pittorica e non grafica forse ispirato dal ritorno alla pittura auspicato in quegli stessi anni dagli artisti della Transavanguardia, un gruppo di italiani, tra cui Paladino, Chia e Cucchi, che trovarono successo ed un fertile mercato proprio in America.
Vale la visita l’ autoritratto in cui Lichtenstein si raffigura come un foglio bianco sopra una anonima t-shirt anch’essa bianca.
Sono inoltre presenti alcune sculture in bronzo dipinto, le opere forse meno riuscite, che tentano di tradurre in maniera tridimensionale, pur restando assolutamente bidimensionali, alcuni frammenti dei dipinti esposti.
Il percorso espositivo termina con delle teche contenenti pennelli, schizzi e ritagli, libri appartenuti all’artista ci danno un’idea, seppur musealizzata, del suo modo di lavorare.

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