Emergenza smog e emergenza Lambro

Doppio appuntamento milanese per Legambiente in questo weekend: sabato abbracciamo il Lambro e poi la domenica senz’auto (alle 11.30 in Pza Mercanti).
Pubblico sotto i dettagli con anche il punto della situazione sul fiume Lambro (la foto l’ho presa qui).
Pubblico anche l’interessante fondo “Ultima chiamata sull’emergenza smog” di Giangiacomo Schiavi sul Corriere di ieri (aveva già scritto un altro articolo sullo smog esattamente un mese fa).

L’editoriale
Ultima chiamata sull’emergenza smog
«Arrivare a un’informazione consapevole e ad una gradualità di interventi strutturali e d’emergenza»

L’unica verità sullo smog è quella dei dati e i dati dicono che le concentrazioni di veleni nell’aria del bacino padano superano abbondantemente le soglie previste dall’Unione europea. Dunque siamo fuorilegge. Irridere un allarme confermato da cifre e statistiche, configura qualcosa che va oltre l’irresponsabilità: può diventare omissione di soccorso. Per evitare un’incriminazione e superare il diseducativo fai-da-te innescato in questi giorni da sindaci e amministratori locali sulle misure da prendere, sarebbe utile chiedere ufficialmente a chi ne sa più di noi un serio rapporto sulle conseguenze dei picchi vertiginosi di polveri sottili per la salute dei cittadini.

Se l’effetto è trascurabile, come qualcuno sostiene, facciamo pure finta di niente. Ma se i danni all’apparato respiratorio nelle persone più sensibili e il rischio di tumori, bronchiti, enfisemi, infarti crescono proporzionalmente al livello d’allarme, allora è doveroso e giusto fare subito qualcosa per interrompere l’overdose di veleni ai quali troppo spesso sembriamo rassegnati. Questa elementare terapia si chiama buon senso e non richiede titanici sforzi: basterebbero la buona volontà del ministro dell’Ambiente e di quello della Salute, un accordo per tutelare centinaia o forse migliaia di persone da danni certi all’apparato respiratorio, sottoscritto da chi governa una città, una provincia, una regione. A questo si dovrebbe arrivare dopo il lungo sonno nelle politiche antismog, ad un’informazione consapevole e ad una gradualità di interventi strutturali e d’emergenza, senza bruciare nelle polemiche su una domenica a piedi la buona volontà di chi si batte per l’aria pulita.

La domenica senz’auto voluta dai sindaci Moratti e Chiamparino non è una terapia e nemmeno una medicina per abbassare una febbre troppo alta: è solo il segnale, anche culturale, di una ripresa d’attenzione per i guai ambientali, un campanello d’allarme contro l’indifferenza. Si può giudicare inutile, improvvida, punitiva, quasi un alibi o una foglia di fico, con le deroghe concesse per la moda, lo stadio o la sagra di paese: ma non facciamone il simbolo di una battaglia che deve ancora cominciare, il pretesto per un regolamento di conti elettorale. Ha detto bene il sindaco Moratti: ciascuno decida secondo coscienza come affrontare un problema che riguarda la salute dei cittadini. E ancora più chiaro è stato il sindaco di Monza, il leghista Mariani: è un segnale del Nord al Paese, o si investe davvero in mezzi pubblici o fra dieci anni parleremo dello stesso problema.

La sfida per un ambiente pulito nell’area più ricca del Paese
può diventare un alto fattore di competitività. Ma bisogna fare sul serio, ripartire dal piano nazionale dimenticato in un cassetto, da investimenti per i nuovi metrò, da incentivi per convertire le caldaie inquinanti, dalla rottamazione dei diesel, da una diversa logistica per il traffico merci (da trent’anni Milano aspetta un interporto per i mezzi pesanti che entrano in città). E tocca a chi si occupa di salute spiegare le conseguenze che una disattenzione al problema dell’inquinamento comporta per le persone. Bisogna uscire dal corto circuito per cui ogni giorno c’è un’idea, una proposta, una terapia migliore dell’altra; e poi tutto resta come prima. Bisogna rompere l’inerzia, come hanno fatto quelle mamme in piazza Scala che hanno unito destra e sinistra con la preoccupazione per la salute dei loro bambini: difendiamo l’ambiente e la nostra salute, anche se il tempo è quasi scaduto.

Giangiacomo Schiavi
25 febbraio 2010


ABBRACCIAMO IL LAMBRO CON UNA CATENA UMANA
SABATO 27 FEBBRAIO ORE 11,30
PARCO LAMBRO – lungo il fiume all’altezza del chiosco – Milano
VOGLIAMO IL NOSTRO FIUME, PULITO

Stiamo ormai da giorni seguendo da vicino gli effetti l’atto criminale che ha trasformato il Lambro in un fiume di idrocarburi che sta velocemente raggiungendo il Delta del Po.
Come avrete letto dalla stampa il dato che emerge è drammatico e lascerà sul nostro territorio danni incalcolabili per l’ambiente. All’origine di tutto, certo, c’è un gesto criminale. Ma gravi responsabilità che la magistratura dovrà accertare riguardano anche il comportamento omissivo delle istituzioni, e in primo luogo di Regione Lombardia.
Per tutto questo, e per dire che amiamo il nostro fiume e lo vogliamo vedere pulito, vi chiediamo di ritrovarci al Parco Lambro a Milano sabato 27 febbraio alle ore 11,30, per organizzare tutti insieme una catena umana, un abbraccio al fiume violentato.
Facciamoci sentire! Facciamo sentire la presenza delle associazioni e dei cittadini, milanesi ma non solo! Vogliamo restituire a Milano, e alla Lombardia, il suo fiume.
Non possiamo tollerare quanto accaduto, chiediamo l’accertamento delle responsabilità, sanzioni per gli atti criminali e per le inadempienze, ma soprattutto chiediamo che sul Lambro si realizzino gli interventi necessari a farlo tornare un fiume: da subito, curando le ferite inferte da questo attentato e, subito dopo, per risanare le acque e il territorio

Un breve resoconto della situazione:
Lambro e Po, non è solo un sabotaggio: ora i cittadini facciano sentire la loro voce

Sono passati 3 giorni da quando, in un surreale deposito di idrocarburi a Villasanta, tra serbatoi arrugginiti e muri scrostati, una ignota ma esperta mano criminale ha attivato valvole e pompe per far defluire gasolio e olio combustibile nelle fogne. Per ore i liquami petroliferi sono colati intasando e mettendo ko l’impianto che depura gli scarichi di 800.000 brianzoli, e da lì nel Lambro, senza che nessuno intervenisse per fermare quella che si è trasformata in marea nera, che ha raggiunto il Po ed ora minaccia il delta del grande fiume e gli approvvigionamenti idropotabili di intere città come Ferrara. Sulla ‘mano criminale’ si sono spesi fiumi di dichiarazioni di giusto sdegno. Cosa guidasse quella mano resta un mistero: il gesto di un folle? Una vendetta? Un avvertimento mafioso? Per ora sappiamo solo che la magistratura sta indagando sui contorni poco chiari della vicenda, che includono gli interessi legati alla trasformazione urbanistica del sito industriale ed anche sospetti di interessi da parte della criminalità organizzata.

Ma quello che appare nella sua sconcertante evidenza, fin d’ora, è la totale mancanza di dispositivi di sicurezza e l’inadeguatezza della reazione da parte delle istituzioni: se la colata è potuta durare per ore, è perchè nessun sistema di allarme si è attivato. Come ciò sia stato possibile in un sito industriale che accoglie migliaia di tonnellate di combustibili, è un mistero. Lombarda Petroli è una delle 287 industrie lombarde classificate ‘a rischio di incidente rilevante’, come tale obbligata a possedere e notificare un piano di emergenza. Per meglio dire: era una industria a rischio, in quanto esattamente un anno fa essa ha dichiarato di non detenere più gli ingenti quantitativi di idrocarburi da cui deriva la condizione di rischio. Gli interrogativi su cui dovrà indagare la magistratura sono relativi alla veridicità della dichiarazione e, soprattutto, all’assenza di controlli, in primo luogo da parte di Regione Lombardia. Le vicende successive allo sversamento hanno poi messo in luce un incredibile livello di approssimazione e intempestività degli interventi, a fronte di un disastro che avrebbe dovuto richiedere l’immediata attivazione della protezione civile nazionale, non solo per dichiarare uno stato di emergenza ma anche, e soprattutto, per l’efficace coordinamento degli interventi: proprio la palpabile assenza di regia ha fatto sì che un grave atto di sabotaggio si trasformasse in catastrofe. Ma evidentemente la protezione civile e i poteri speciali, invocati per l’organizzazione di grandi eventi come Expo 2015, vengono invece tenuti alla porta quando si tratta di mettere in atto immediate azioni di contenimento di un danno grave per il più grande bacino fluviale italiano.

Un aspetto positivo questa vicenda lo ha avuto: molti cittadini sono ora giustamente indignati per l’accaduto, e chiedono a gran voce che il Lambro torni ad essere un fiume: vogliamo trovare un luogo in cui questa protesta possa manifestarsi, iniziamo sabato mattina con una catena umana al Parco Lambro di Milano: abbracciamo il nostro fiume, insozzato da una politica fino ad oggi distante da quelle acque.

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