“Un blogger di nome Saramago” di Umberto Eco

Oggi è morto José Saramago.
In suo ricordo pubblico un vecchio articolo di Umberto Eco sul blog di José Saramago.
Perché Saramago teneva anche un suo blog! (esiste anche una Traduzione autorizzata del blog di José Saramago a cura di Massimo Lafronza).
Segnalo anche il blog della Fondazione José Saramago.
Infine pubblico il video di una sua recente intervista nella trasmissione “Parla con me” di Serena Dandini (via Il Post).

UN BLOGGER DI NOME SARAMAGO

Repubblica — 25 settembre 2009 pagina 58 sezione: CULTURA
Curioso personaggio questo Saramago. Ha ottantasette anni e (dice lui) qualche acciacco, ha vinto il Nobel, distinzione che gli permetterebbe di non produrre più nulla perché tanto nel pantheon c’ entra in ogni caso (il tignosissimo Harold Bloom lo ha definito «il romanziere maggiormente dotato di talento ancora in vita… uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione»), ed eccolo a tenere un blog dove se la prende un poco con tutti, attirandosi polemiche e scomuniche da molte parti più spesso non perché dica cose che non deve dire, ma perché non perde tempo a misurare i termini – e forse lo fa proprio apposta. Ma come, lui? Lui che cura la punteggiatura al punto da farla sparire, che nella sua critica morale e sociale non prende mai il problema di petto ma poeticamente lo aggira nei modi del fantastico e dell’ allegorico, così che il suo lettore (pur sospettando che de te fabula narratur) deve metterci del proprio per capire dove l’ apologo vada a parare, lui che – come nel suo Cecità – fa viaggiare il lettore in una nebbia lattea in cui nemmeno i nomi propri, di cui è assai parco, danno un segnale chiaramente riconoscibile, lui che in Saggio sulla lucidità fa una scelta politica decisa in base a enigmatiche schede bianche? E questo scrittore fantasioso e metaforico ci viene a dire con nonchalance che Bush è di «ignoranza abissale, espressione verbale confusa perennemente attratta dall’ irresistibile tentazione del puro sproposito», cowboy che ha scambiato il mondo per una mandria di buoi, che non sappiamo neppure se pensa (nel senso nobile della parola), robot mal programmato che costantemente confondei messaggi che ha registrati dentro, bugiardo compulsivo, corifeo di tutti gli altri bugiardi che lo hanno applaudito e servito negli ultimi anni? E questo delicato tessitore di parabole usa parole che non lasciano adito a dubbi quando definisce il proprietario della casa editrice che lo pubblica? E questo ateo manifesto, per cui Dio è «il silenzio dell’ universo e l’ uomo il grido che dà senso a questo silenzio», rimette in scena Dio pur di chiedersi che cosa pensa di Ratzinger? E, militante comunista (tenacemente ancora) si mette a gridare che «la sinistra non ha la più schifosa idea del mondo in cui vive», e per giunta si lamenta di non aver avuto riscontro (che so, un’ espulsione, una scomunica almeno)? E rischia l’ accusa di antisemitismo per aver criticato la politica del governo di Israele semplicemente dimenticandosi, nella sua adirata partecipazione alle sventure palestinesi, di ricordare – come una equilibrata analisi vorrebbe che c’ è qualcuno che nega il diritto all’ esistenza di Israele? Ma nessuno tiene conto che quando parla di Israele Saramago pensa a Iahvé, «dio astioso e feroce», e in questo senso non è più antisemita di quanto non sia antiariano e certamente anticristiano, dato che per ogni religione cerca di regolare i propri conti con Dio – che evidentemente, si chiami come si chiama in varie lingue, gli sta sulle scatole. E avere Dio sulle scatole è certamente motivo di ira furibonda contro tutti coloro che se ne fanno usbergo. Se tenesse conto sempre dei pro e dei contro Saramago saprebbe pure che c’ è modo e modo anche nell’ invettiva. Cito (a memoria) Borges che citava (forse a memoria) il dottor Johnson che citava il fatto di quel tale che così insultava il proprio avversario: «Signore, vostra moglie, col pretesto di tenere un bordello, vende stoffe di contrabbando». E invece Saramago non fa complimenti, ovvero non la manda a dire e, nella sua attività di commentatore quotidiano della realtà che lo circonda, si prende la rivincita su tutta la vaghezza sinistra delle sue favole. Si è detto dell’ ateismo militante di Saramago. In effetti la sua polemica non è contro Dio: una volta ammesso che «la sua eternità è solo quella di un eterno non essere», Saramago potrebbe starsene tranquillo. Il suo astio è verso le religioni (ed è per questo che lo attaccano da varie parti, negare Dio è concesso a tutti, polemizzare con le religioni mette in questione le strutture sociali). Una volta, proprio stimolato da uno degli interventi antireligiosi di Saramago, avevo riflettuto sulla celebre definizione marxiana per cui la religione è l’ oppio dei popoli. Ma è vero che le religioni hanno tutte e sempre questa virtus dormitiva? Saramago a più riprese si è scagliato contro le religioni come fomite di conflitto: «Le religioni, tutte, senza eccezione, non serviranno mai per avvicinare e riconciliare gli uomini e, al contrario, sono state e continuano a essere causa di sofferenze inenarrabili, di stragi, di mostruose violenze fisiche e spirituali che costituiscono uno dei più tenebrosi capitoli della misera storia umana» ( la Repubblica, 20 settembre 2001). Saramago concludeva altrove che «se tutti fossimo atei vivremmo in una società più pacifica». Non sono sicuro che avesse ragione,e sembra che indirettamente gli avesse risposto papa Ratzinger nella sua enciclica Spe salvi dove diceva che è l’ ateismo del XIX e del XX secolo, anche se si è presentato come protesta contro le ingiustizie del mondo e della storia universale, che ha fatto sì che «da tale premessa siano conseguite le più grandi crudeltà e violazioni della giustizia». Forse Ratzinger pensava a quei senzadio di Lenin e Stalin, ma dimenticava che sulle bandiere naziste stava scritto Gott mit uns (che significa «Dio è con noi»), che falangi di cappellani militari benedicevano i gagliardetti fascisti, che ispirato a principi religiosissimie sostenuto da Guerriglieri di Cristo Re era il massacratore Francisco Franco (a parte i crimini degli avversari, è pur sempre lui che ha cominciato), che religiosissimi erano i vandeani contro i repubblicani che avevano pure inventato una Dea Ragione, che cattolici e protestanti si sono allegramente massacrati per anni e anni, che sia i crociati che i loro nemici erano spinti da motivazioni religiose, che per difendere la religione romana si facevano mangiare i cristiani dai leoni, che per ragioni religiose sono stati accesi molti roghi, che religiosissimi sono i fondamentalisti musulmani, gli attentatori delle Twin Towers, Osama e i talebani che bombardavano i Buddha, che per ragioni religiose si oppongono India e Pakistan, e che infine è invocando God bless America che Bush ha invaso l’ Iraq. Per cui mi veniva da riflettere che forse (se talora la religione è o è stata l’ oppio dei popoli) più spesso ne è stata la cocaina. Credo che anche questa sia l’ opinione di Saramago e gli regalo la definizione – e la sua responsabilità. Saramago blogger è un arrabbiato. Ma davvero c’ è uno iato tra questa pratica di indignazione quotidiana sul transeunte e l’ attività di scrittura di «operette morali» valide e per i tempi passati e i futuri? Scrivo questa prefazione perché sento di aver una esperienza in comune con l’ amico Saramago, ed è quella di scrivere libri (da un lato) e dall’ altro di occuparsi di critica di costume su un settimanale. Essendo il secondo tipo di scrittura più chiaro e divulgativo dell’ altro, molti mi hanno chiesto se non travasassi nei piccoli pezzi periodici riflessioni più ampie fatte nei libri maggiori. Ma no, rispondo, l’ esperienza mi insegna (ma credo insegni a chiunque si trovi in situazione analoga) che è lo scatto di irritazione, lo spunto satirico, la staffilata critica scritta a tambur battente che fornirà in seguito materiale per una riflessione saggistica o narrativa più distesa. È la scrittura quotidiana che ispira le opere di maggior impegno, non il contrario. Ed ecco, direi che in questi brevi scritti Saramago continua a fare esperienza del mondo così come sciaguratamente è per poi rivederlo a più serena distanza sotto specie di moralità poetica (e talora peggio di quel che è – anche se pare impossibile andare oltre). Ma poi, è davvero e sempre così adirato questo maestro della filippica e della catilinaria? Mi pare che oltre che alla gente che odia abbia anche quella che ama, ed ecco i pezzi affettuosi dedicati a Pessoa (non si è portoghese per niente) o ad Amado, a Fuentes, a Federigo Mayor, a Chico Buarque de Hollanda, che ci mostrano come questo scrittore sia poco invidioso dei colleghi e sappia tesserne delle garbate e tenere miniature. Per non dire (ed ecco il ritorno ai grandi temi della sua narrativa) quando dall’ analisi della quotidianità sfora sui grandi problemi metafisici, sulla realtà e l’ apparenza, sulla natura della speranza, su come siano le cose quando non le stiamo guardando. Allora torna in scena il Saramago filosofo-narratore, non più arrabbiato ma meditabondo, e incerto. Però non ci dispiace anche quando s’ imbufalisce. È simpatico. © RIPRODUZIONE RISERVATA – UMBERTO ECO

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