“Immigrazione. Sogni e incubi” di Laura Coci e Roberto Gualterotti

Pubblico un interessante articolo di Laura Coci e Roberto Gualterotti (di Lodi per Mostar Onlus) sul tema immigrazione, da Il Cittadino di qualche giorno fa.
Nell’articolo si fa una puntuale analisi delle contraddizione del centrodestra sul tema immigrazione, con posizioni che cambiano a seconda del contesto. Non è che mi interessi tanto evidenziare queste contraddizioni, quanto l’uso distorto che viene sistematicamente fatto del tema solo per creare paura a fini elettorali.
Nell’articolo si fa riferimento in particolare all’incontro pubblico del pdl su immigrazione e integrazione, di cui avevo scritto qui a proposito delle foto stereotipate (donne in burqa, campi nomadi, barconi di migranti), e all’opposto al documento scaturito dagli Stati Generali del Lodigiano dove invece si parla di una “comunità aperta […] che sa stare insieme includendo e non escludendo, in una cornice di diritti e di doveri che valgono per tutti”. Perché si fa presto a sottoscrivere un documento, poi però le azioni dovrebbero essere conseguenti.
Vale per Lodi, ma può valere per tutto il nostro Paese. Come ci ricorda il Dossier Caritas/Migrantes 2010, che è uscito ieri, con dati molto interessanti che aiutano a sfatare molti luoghi comuni sugli immigrati in Italia. Magari ci tornerò con calma.
Ps: sempre di Laura Coci, che ringrazio, avevo pubblicato qualche tempo fa quest’altro articolo sulle classi miste e l’integrazione dei bambini di origine straniera.

Immigrazione. Sogni e incubi
di Laura Coci e Roberto Gualterotti (Lodi per Mostar ONLUS)

Qual è la verità in materia di immigrazione? Il dibattito sulla presenza delle persone straniere a Lodi e nel Lodigiano, nelle ultime settimane, si è articolato in tre occasioni di rilievo: la presentazione dell’“Annuario statistico 2009”, a cura dell’Osservatorio della Provincia di Lodi, il 21 settembre; gli Stati Generali del Lodigiano, con la sottoscrizione del “Patto per il futuro del Lodigiano”, il 2 ottobre; il dibattito “Immigrazione ed integrazione, quali politiche?”, per iniziativa del Popolo della Libertà, il 15 ottobre. Le prospettive e gli orizzonti delineati nelle tre occasioni meritano un approfondimento, per “guardare lontano” e progettare con consapevolezza il futuro del territorio.
Nella Presentazione dell’“Annuario statistico” provinciale si legge che «l’integrazione è un processo bidirezionale, in quanto essa non riguarda solo gli immigrati ma anche e congiuntamente i cittadini del paese ricevente. Promuovendo l’integrazione degli immigrati c’è infatti ragione di ritenere che possano diminuire le tensioni sia da parte di quegli immigrati che si sentono rifiutati dalla società ricevente, sia da parte degli italiani che si sentono minacciati dai nuovi arrivati e quindi possono assumere atteggiamenti e comportamenti xenofobi» (p. 17).
Le autorità che hanno sottoscritto simbolicamente il “Patto per il futuro del Lodigiano” (ovvero il Prefetto, il Presidente della Provincia, il Sindaco della città di Lodi, il Presidente della Camera di Commercio, il Vescovo) hanno dato prova di condividere l’idea di una «comunità aperta […] che sa stare insieme includendo e non escludendo, in una cornice di diritti e di doveri che valgono per tutti» (punto 5 – Un Lodigiano aperto e capace di includere, nel rispetto delle regole).
Parole scritte con grande senso di realtà (le prime), con forte tensione etica, vero antidoto ai disvalori dell’egoismo e dell’intolleranza (le seconde), che tuttavia sono state contraddette nello spazio di pochi giorni, il 15 ottobre scorso, nella Sala dei Comuni della Provincia di Lodi, attraverso una serie di affermazioni che pure meritano approfondimento e replica (le considerazioni tra parentesi sono nostre).
Si è detto infatti (in via preliminare) che il fenomeno dell’immigrazione deve essere affrontato con realismo, non in nome della bontà e nella prospettiva dell’utopia, perché queste generano tensione sociale. E ancora che la revisione della legge sulla cittadinanza (uno degli strumenti più efficaci per l’integrazione, secondo gli orientamenti europei) non rientra nel programma di governo per i prossimi tre anni, neppure nello specifico dei minori stranieri nati in Italia, e che comunque la cittadinanza «bisogna meritarsela». Si è affermato che l’immigrazione deve essere ricollegata al lavoro, principio già alla base della Legge 189/2002 – cosiddetta Bossi–Fini – ma si è anche affermato (poco dopo), che non sono requisiti sufficienti la regolarità del soggiorno e l’integrazione economica (e quindi gli indici standard basati su status giuridico, iscrizione anagrafica, lavoro, alloggio, padronanza della lingua italiana, livello di informazione e vita di relazione, utilizzati anche dall’“Annuario statistico” provinciale), perché occorre «l’integrazione culturale», che è stata declinata essenzialmente in opposizione all’Islam, in quanto sistema religioso e politico che opprime, giungendo a ucciderle, le donne. Infine, pur sostenendo che il modello di convivenza italiano è quello costruito dalla Costituzione, si è detto testualmente: «Non mi pongo il problema delle moschee: le vorrei chiudere tutte»; in risposta alla questione dei respingimenti in mare e al rispetto del diritto di asilo, si è richiamata all’adesione dello stato italiano al Trattato di Prüm, di coordinamento in materia di indagini giudiziarie e prevenzione dei reati, oltre che di contrasto all’immigrazione clandestina, scandendo: «Noi li vogliamo mandare tutti a casa»; ancora in opposizione all’Islam, si è proclamato (tra gli applausi): «La nostra civiltà è più alta rispetto alla loro […]. Noi apparteniamo a una civiltà superiore, perché la nostra civiltà mette al centro i diritti fondamentali della persona». Parole che, nonostante le intenzioni dichiarate, dimostrano nei fatti assoluta indifferenza per i principi fondamentali della Costituzione repubblicana: articolo 8 (libertà di confessione religiosa), articolo 10 (diritto di asilo), articolo 3 (principio di uguaglianza).
Dal titolo del dibattito era lecito attendersi altro, ovvero proposte puntuali e concrete in tema di integrazione: non ne è stata avanzata alcuna. A dire il vero, già le immagini scelte per pubblicizzare l’iniziativa ne presagivano il tono: due donne rom, barconi di migranti, musulmani in preghiera davanti al Duomo di Milano, campi nomadi degradati, donne in burqa; stereotipi logori ma di sicuro effetto, che nell’immaginario collettivo riconducono a disordine e insicurezza, tant’è che basta cliccare su Google Immagini digitando le voci “zingare”, “clandestini”, “musulmani”, “campi” rom” e “burqa” per trovarle al primo posto o alla prima pagina.
Non si comprende, in primo luogo, l’identificazione monolitica tra immigrazione e islamismo (dei rom non si è parlato: sono in assoluto “non-persone”). L’“Annuario statistico” provinciale, nello specifico della confessione religiosa, conta infatti nel nostro territorio il 53,1% di persone straniere cristiane (cattoliche, ortodosse, protestanti, copte…) a fronte del 37,8% di persone straniere musulmane (sciite, sunnite…). E questo basta.
Quanto alla violenza dell’Islam sulle donne, duole constatare che i padri musulmani che uccidono le figlie sono in buona (o meglio, cattiva) compagnia di mariti, ex mariti, fidanzati, fidanzati lasciati, amanti, aspiranti amanti, in gran parte italiani. Il Rapporto Eures – Ansa 2009 su “L’omicidio volontario in Italia” è illuminante in proposito: il 70% degli omicidi di donne si verifica all’interno della famiglia; le donne uccise nel 2008 sono state ben 147, quasi una ogni due giorni; innumerevoli sono le donne vittime di maltrattamenti e abusi, reati che troppo spesso sono prescritti o sanzionati con pene del tutto simboliche, in continuità con la legittimazione del “delitto d’onore” contenuta nell’articolo 587 del Codice penale fascista, abrogato soltanto nel 1981 (meno di trenta anni fa!). In alcuni paesi si sta peggio: la percentuale di donne uccise (per lo più in famiglia) è maggiore in Guatemala, Colombia, Salvador. Che, fino a prova contraria, non sono paesi musulmani.
Si è affermato, poi, che la cittadinanza «bisogna meritarsela»: dunque non basta essere in regola con il permesso di soggiorno, avere un lavoro e una casa, pagare le tasse (doveri che la gran parte delle persone straniere presenti in Italia assolve puntualmente) per ottenere pari dignità di cittadini. Non basta.
Vi è sempre stata una relazione inversa tra diritti e doveri, ma l’idea che i diritti siano esclusiva conseguenza dell’esecuzione di determinati doveri non solo stride con una civiltà che «mette al centro i diritti fondamentali della persona», ma comporta il pericolo – segnalato dal sociologo Enzo Colombo – di distinguere tra un’umanità privilegiata e un’umanità abietta, che “per colpa sua” è esclusa da una serie di diritti fondamentali. Per quale, o quali “colpe”? Nel dibattito si è fatto riferimento «a coloro che delinquono, che stuprano le nostre donne, rubano nelle nostre case». Significa che bisogna togliere la cittadinanza italiana anche ai connazionali colpevoli di questi reati? Non è stato detto. Come non è stato detto quali sono i nostri “valori”, le nostre “regole”, i nostri “principi” che le persone straniere devono rispettare (abbiamo visto che permesso di soggiorno, lavoro e casa, regolarità fiscale non bastano). Con una eccezione: il Crocifisso. Ancora una volta, la croce è stata assunta a simbolo del Cristianesimo al di là della parola di luce e riscatto dei Vangeli. Oggi, su quella croce (tortura a morte che non a caso Roma riservava agli schiavi ribelli) – ammonisce don Luigi Ciotti – sono inchiodati gli “ultimi”, i migranti affogati, i diversi brutalizzati, i carcerati massacrati. Pure, per chi ha ostentato il Crocifisso nel dibattito del 15 ottobre, «la politica farebbe malissimo a seguire la Chiesa nella sua linea di solidarietà».
L’idea di integrazione emersa dal dibattito è dunque quella di ricompensa che consegue all’acquisizione e alla dimostrazione di comportamenti conformi, non definiti ma definibili da una élite (la casta politica al potere) in base alla propria volontà, e tali da legittimare collettivamente fenomeni di esclusione. Ne diffidiamo: come italiani prima di tutto (almeno fino a che ci sarà riconosciuto il diritto di proclamarci tali), perché la libertà culturale è una parte fondamentale dello sviluppo umano e le persone (tutte le persone) hanno il diritto di vivere ed essere ciò che scelgono, nel rispetto della legalità. E perché le identità scelte e imposte “in nome della superiore civiltà” dalle élite al potere hanno già causato le macellerie delle guerre mondiali (e delle guerre di fine Novecento).
«Noi combatteremo questa battaglia sino alla fine come un popolo civile, cui l’eredità di un Goethe, di un Beethoven, di un Kant è altrettanto sacra quanto il suo focolare e la sua zolla» scrivevano gli intellettuali tedeschi nell’”Appello al mondo civile” del 4 ottobre 1914.
Queste parole ci sono bastate. Ascoltarle potrebbe trasformare il sogno di un futuro migliore per il Lodigiano in un incubo.

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