Come sta l’Italia ambientalmente parlando?

Il Rapporto Ambiente Italia 2011, di cui ho l’onore di essere tra gli autori da un po’ di anni occupandomi della parte sui 100 indicatori, è stato presentato oggi a Roma.
L’edizione di quest’anno è dedicata allo scottante tema del consumo di suolo (tema caro anche a questo blog): in un anno si consumano 500 kmq di territorio.
Un sacco di dati e articoli interessanti (anche del prof. Federico Oliva).
I 100 indicatori riguardano dimensione socioeconomica, energia, mobilità, rifiuti, attività produttive, clima,  aria, risorse naturali, politiche ambientali con confronti con Europa e Mondo e dettagli per le regioni italiane.
Nel comunicato stampa di Legambiente (che incollo qui sotto) ci sono un po’ di numeri, altri nello speciale di Repubblica con annesso articolo. Mentre sul sito di Edizione Ambiente e sul nostro di Ambiente Italia alcuni stralci del libro.
Buona lettura!

Ambiente Italia 2011 dedicato al consumo di suolo

Ogni anno consumati 500 km2 di territorio. Nel rapporto annuale di Legambiente elaborato dall’istituto di ricerche Ambiente Italia tutti gli indicatori dello stato di salute dell’ambiente nel Paese.

In Italia vengono consumati mediamente oltre 500 chilometri quadrati di territorio all’anno. E’ come se ogni quattro mesi spuntasse una città uguale all’area urbanizzata del comune di Milano. Nonostante ciò, tante persone rimangono senza casa perché non se la possono permettere. Un bel paradosso al quale Legambiente ha dedicato il suo rapporto annuale Ambiente Italia, presentato questa mattina a Roma.

Ad analizzare numeri e dinamiche e sviluppi del consumo di suolo – che si rivela un buon indicatore dei cambiamenti avvenuti nel Paese e delle questioni aperte sul territorio – sono intervenuti il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza, il presidente della provincia di Roma Nicola Zingaretti, il vice presidente di Ance Paolo Torretta, il presidente di Inu Federico Oliva, il presidente di Legambiente Lazio Lorenzo Parlati, il senatore Roberto Della Seta  e i curatori del rapporto Duccio Bianchi, dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia e Edoardo Zanchini, responsabile energia e infrastrutture di Legambiente.

La stima più attendibile – e, secondo Legambiente, comunque prudenziale – di superfici urbanizzate è di 2.350.000 ettari. Una estensione equivalente a quella di Puglia e Molise messe insieme, pari al 7,6% del territorio nazionale e a 415 metri quadri per abitante. Negli ultimi 15 anni, il consumo di suolo è, infatti, cresciuto in modo abnorme e incontrollato e la realtà fisica dell’Italia è ormai composta da informi fenomeni insediativi: estese periferie diffuse, grappoli disordinati di sobborghi residenziali, blocchi commerciali connessi da arterie stradali. Ma quantificare il fenomeno non è facile, perché le banche dati sono eterogenee e poco aggiornate, e perché la pressione sul territorio è ampliata da carenze di pianificazione e abusivismo edilizio, caratteristici del nostro Paese.

Per fare chiarezza sulle dimensioni della crescita di superfici urbanizzate, Legambiente e l’Istituto nazionale di urbanistica hanno dato vita al Centro di ricerca sui consumi di suolo, con il supporto scientifico del Dipartimento di architettura e pianificazione del Politecnico di Milano, iniziando la raccolta di tutti i dati disponibili e accompagnandola da un sistematico approfondimento scientifico. La fotografia del consumo di suolo scattata nel 2010 nelle regioni italiane mostrava la Lombardia in testa con il 14% di superfici artificiali sul totale della sua estensione, il Veneto con l’11%, la Campania con il 10,7%, il Lazio e l’Emilia Romagna con il 9%.

I primi risultati del Centro di ricerca hanno, però, evidenziato come – accanto alla situazione di pesante sovraccarico urbanistico che caratterizza le regioni appena citate – Molise, Puglia e Basilicata,

pur conservando un forte carattere rurale, stiano conoscendo dinamiche di crescita particolarmente accelerata delle superfici urbanizzate. La maggior parte delle trasformazioni avviene a carico dei suoli agricoli, e solo in minor misura a carico di terreni incolti o boschivi, coerentemente con quanto osservato nel resto d’Europa.

Il consumo di suolo, infatti, non è una prerogativa italiana. La Commissione europea ci conferma che siamo nella media dei principali paesi Ue, anche se alcuni caratteri dei processi di urbanizzazione a noi propri rendono la situazione complessa. In particolare, le periferie delle nostre principali aree urbane crescono senza un progetto metropolitano e ambientale, di trasporto pubblico e di servizi. Mentre nelle aree di maggior pregio, tra cui le coste, una produzione dissennata di seconde case ha cementificato gli ultimi lembi ancora liberi di territorio e zone a rischio idrogeologico, abusivamente o con il benestare di piani regolatori.

“Il consumo di suolo – ha dichiarato il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza – è oggi un indicatore dei problemi del Paese. La crescita di questi anni, senza criteri o regole, è tra le ragioni dei periodici problemi di dissesto idrogeologico e tra le cause di congestione e inquinamento delle città, dell’eccessiva emissione di CO2 e della perdita di valore di tanti paesaggi italiani e ha inciso sulla qualità dei territori producendo dispersione e disgregazione sociale. Occorre fare come negli altri paesi europei dove lo si contrasta attraverso precise normative di tutela e con limiti alla crescita urbana, ma anche con la realizzazione di edilizia pubblica per chi ne ha veramente bisogno e interventi di riqualificazione e densificazione urbana, fermando così la speculazione edilizia. Esattamente il contrario di quanto adottato nell’ultimo decreto Milleproroghe che continua a consentire ai Comuni, per i prossimi due anni, di adoperare il 75% degli oneri di urbanizzazione per le spese correnti e incentiva, e quindi a rilasciare permessi a edificare anche laddove non sarebbero necessarie nuove costruzioni, per pagare gli stipendi dei dipendenti”.

A Napoli e a Milano, nel 2007, le superfici impermeabili coprivano il 62% del suolo comunale. Eppure, a fronte di 4 milioni di abitazioni circa, realizzate negli ultimi 15 anni, nelle grandi città italiane almeno 200.000 famiglie non riescono a pagare il mutuo o la rata dell’affitto. Nelle stesse città dove l’emergenza sfratti è più pesante, quasi un milione di case risultano vuote perché economicamente irraggiungibili da chi ne avrebbe bisogno. Nel 2009, in testa alle città con il maggior numero di case vuote c’era Roma con 245.142 abitazioni, seguita da Cosenza (165.398), Palermo (149.894), Torino (144.398) e Catania (109.573). Nello stesso periodo, il maggior numero di sfratti è stato eseguito a Roma (8.729), a Firenze (2.895), a Napoli (2.722), a Milano (2.574) e a Torino (2.296).

Il caso di Roma (in cima a entrambe le classifiche) è emblematico e merita di essere analizzato. Sia perché, negli ultimi anni, il territorio romano ha visto una fortissima crescita edilizia, sia perché il comune di Roma è il più grande in Italia in termini di superficie e di popolazione. Uno studio originale e inedito sulle trasformazioni dei suoli a usi urbani nei comuni di Roma e Fiumicino tra il 1993 e il 2008 rivela come, in 15 anni, questi siano aumentati del 12% a Roma (con 4.800 ettari trasformati, quasi tre volte il tessuto “storico” della città compreso entro le Mura Aureliane) e del 10% a Fiumicino (con 400 ettari). Una superficie notevole, pari complessivamente all’estensione dell’intero comune di Bolzano. Nello stesso arco di tempo, a Roma la popolazione è aumentata di 30.887 abitanti, con una media di 150 metri quadrati di suoli trasformati per ogni nuovo abitante. La trasformazione ha interessato in particolare suoli agricoli (Roma è il più grande comune agricolo d’Europa) ma anche importanti porzioni di aree naturali. Sono scomparsi 4.384 ettari di aree agricole, il 13% del totale e 416 di bosco e vegetazione riparia. Ora, in base ai piani regolatori vigenti nei comuni di Roma e Fiumicino e ai programmi in atto, è prevedibile un ulteriore consumo di 9.700 ettari, prevalentemente agricoli, ossia più di quanto sia stato trasformato tra il 1993 e il 2008.

In Italia, insomma, non si punta sul recupero dell’esistente ma sulla trasformazione di nuove aree, non si investe nella mobilità sostenibile, e le città sono sempre più congestionate e inquinate. E’ chiaro come, negli ultimi 20 anni, non si sia costruito per rispondere alle domande di abitazioni ma alla speculazione immobiliare e finanziaria, e la grave situazione di disagio sociale riscontrabile in molti centri urbani rispecchia una crisi che non riguarda solo il settore edilizio ma attraversa tutto il Paese.

“Non è vero che gli italiani non siano stati colpiti dalla finanza creativa – ha commentato Duccio Bianchi, curatore del rapporto Ambiente Italia 2011 -. Nella recessione che si è innescata nel 2008 e acuita l’anno successivo, l’Italia ha pagato più degli altri paesi europei e più delle altre economie avanzate. Oppure sbagliano Eurostat, Fondo monetario, Ocse e Banca mondiale”.

Il nostro Pil pro capite del 2009 è, infatti, inferiore dell’ 8% a quello del 2007 e inferiore addirittura del 4% rispetto al 2000. Mentre il paese ‘sfortunato’ a cui spesso si confronta l’Italia, la Spagna, ha visto scendere il Pil pro capite 2009 solo del 5% rispetto al 2007 e salire del 7% rispetto al 2000.

Sono soprattutto i giovani, già dalla metà degli anni 90, a pagare la bassa dinamicità dell’economia e della società italiana, tassi di crescita dimezzati rispetto al resto d’Europa, assenza di strumenti di protezione sociale.

Ma la recessione mondiale ha impattato anche su alcuni processi di grande rilevanza ambientale, primo tra tutti la trasformazione del sistema energetico e delle sue risorse. Sul fronte dell’efficienza e del contenimento delle emissioni, ha facilitato il ruolo da pioniera dell’Europa, che è enormemente avanti a tutte le altre economie. I dati sul 2009 mostrano che la Ue conseguirà nel suo insieme gli obiettivi di Kyoto ed è sulla strada per raggiungere nel 2020 gli obiettivi di riduzione del 20% sulle emissioni del 1990. Solo l’Italia – che nel 1990 non aveva nucleare e aveva pochissimo carbone da ridurre, basse emissioni pro capite e una delle migliori intensità energetiche della Ue – corre il rischio di essere l’unico paese europeo che non raggiunge gli obiettivi di Kyoto. Eppure la meta è a portata di mano, così come è possibile raggiungere gli  obiettivi al 2020 per le rinnovabili e la riduzione della CO2. Un esempio chiarissimo di come l’Italia possa attivare un’industria nazionale dell’efficienza energetica è la misura delle detrazioni fiscali del 55% sulla ristrutturazione energetica nell’edilizia. Nel periodo 2007-2009 sono stati attivati complessivamente 590.000 interventi, con un investimento (tutto privato) di 7,9 miliardi di euro. “L’Italia deve smettere di remare contro lo sviluppo delle rinnovabili – ha aggiunto Duccio Bianchi – perché, quando la politica lo ha permesso, il territorio ha dimostrato di avere le capacità per una svolta energetica pulita. Lo stop al consumo di suolo e la risposta ai problemi della casa e delle città va di pari passo con una riqualificazione energetica complessiva del patrimonio edilizio”.

Scorrendo i dati raccolti da Ambiente Italia 2011 emerge la fotografia di un Paese per molti versi problematico, che più di altri ha subito gli effetti della recessione economica, eppure con grandi possibilità di ripresa e risorse in grado di determinare passi avanti significativi verso la modernità e un maggiore benessere.

In negativo, i parametri e i settori relativi alla vita nelle città: la mobilità delle personein Italia è infatti, tra le più alte d’Europa. I mezzi privati coprono circa l’82% della domanda. L’Italia presenta ormai da anni un tasso di motorizzazione (numero di auto ogni 1.000 abitanti) decisamente superiore alla media europea. Nel 2008, ad esempio, il valore del Belpaese è stato pari a 601 auto ogni 1.000 abitanti (erano 598 nel 2007 e 483 nel 2000) contro le 470 dell’Unione europea, le 498 della Francia, le 475 del Regno Unito. Ci si muove quindi sempre in auto(12.070 passeggeri per Km/abitante), pochissimo in tram o metro (109 passeggeri) e poco in treno (835). Il parco veicolare, nel 2009, risulta composto  da  6.118.098 motocicli, pari al 12,7% del totale (erano 5.858.094 nel 2008) e 36.371.790 auto, pari al 75,7% (erano 36.105.183) mentre sono solo 98.724 gli autobus, pari allo 0,2% del totale. Gli incidenti nel 2009 sono 218.963 con 4.237 morti e 307.258 feriti, in lieve calo rispetto al 2008 (quando gli incidenti erano 230.871 con 4.725 morti e 310.745 feriti). In Europa registriamo comunque un’altissima mortalità stradale (79 morti per milione di abitanti), superando di gran lunga  paesi come la Germania (54), e il Regno Unito (43).

Un settore già problematico che ha visto la sua situazione aggravarsi ulteriormente tra il 2007 e il 2008, è quello del trasporto merci, con ben il 71,9% delle merci che viaggia su strada (era il 70,6 l’anno precedente). Su ferro viaggia solo il 9,8% delle derrate (era il 10,2 nel 2007), mentre il 18,3% si muove tramite navigazione. Considerando solo il trasporto merci via terra, vediamo che in Italia solo il 12% del trasporto avviene su ferro, a differenza del 25% della Germania o del 39% dell’Austria ma anche del 17% della Francia.

Polveri sottili e ossidi di azoto restano due emergenze per la qualità dell’aria nelle città. Nel 2009 peggiora leggermente la situazione per il biossido di azoto, con circa il 67% dei comuni capoluogo (era il 64% nel 2008) dove la media annuale supera il valore limite (40 microgrammi/mc) in almeno una centralina di monitoraggio. La situazione è più grave nelle grandi città dove solo 3 su 14 presentano un valore medio di tutte le centraline inferiore al limite previsto. Riduzione più netta per l’inquinamento da polveri sottili che comunque, nel 2009 registra situazioni particolarmente critiche in gran parte delle città della Pianura Padana.

L’analisi della dimensione socio economica indica poi, che il tasso di occupazione (considerata tra i 15 e 64 anni), nel 2009 in Italia è il più basso tra i paesi industrializzati: 57,5%, con netta differenza tra maschi (68,6%) e femmine (46,4%). In Europa è pari al 64,6 con punte del 76,4% in Norvegia. Anche il tasso di educazione universitaria è tra i più bassi: 20,2%, ben lontano dal 44,7 della Danimarca ma anche dal 40,1 del Regno Unito o dal 43,3 della Francia. In Europa è pari al 32,3. Stessa solfa per la spesa per ricerca e sviluppo, per la quale nel 2008 l’Italia ha impegnato l’1,18% del PIL, a differenza della Svezia (3,75%) ma anche della Francia (2,02%) o della Germania (2,63%).

In positivo invece, si registra la situazione del settore energetico, dove continua la riduzione dei consumi delle materie prime, che passano così da 191 milioni di Tep a circa 180 milioni (-5,8%). A decrescere è la produzione energetica da fonti non rinnovabili: la produzione di petrolio cala, infatti, di circa 5 milioni di Tep (-5,3% del totale), cala pure la produzione di gas naturale (-5,6%) e di combustibili solidi (carbone) anche se in modo meno marcato. In controtendenza, la produzione da fonti rinnovabili che tra il 2008 e il 2009 sale di +2,3 milioni di Tep (13,5%) confermando il trend dell’ultimo decennio (+49%).

Dopo anni di crescita incontrastata, diminuisce dal 2008 pure la produzione dei rifiuti urbani, attestandosi a poco meno di 32,5 milioni di tonnellate (-0,22% rispetto al 2007). A livello procapite si passa da 546 kg/ab del 2007 a 541 kg/ab del 2008. La raccolta differenziata è passata dal 7,1% del 1996 al 30,6% del 2008 (arrivando a quasi 10 milioni di tonnellate), anche se nel 2008 solo sette regioni hanno superato il 35% di raccolta differenziata (obiettivo normativo per il 2003) e si accentua lo scarto tra le regioni del Nord e quelle meridionali. Al Sud solo la Sardegna presenta valori significativi di raccolta differenziata (34,7%), mentre le altre restano ferme al palo, in particolare il Molise (6,5%) e la Sicilia (6,7%). Se carta e cartone, frazione organica e verde costituiscono la base fondamentale del sistema di recupero, l’invio in discarica rappresenta ancora la più diffusa forma di smaltimento, anche se la quota conferita è in diminuzione (dai 21,7 milioni di tonnellate del 1999 ai 15,9 milioni del 2008, cioè dal 76,7% del 1999 al 49,2% del 2008).

Sempre positivo poi, il trend dell’agricoltura biologica che in Europa riguarda l’1,7% della superficie agricola totale ma solo in Italia è pari al 7,9% con 1.106.683 ettari di terreno in conversione o convertiti nel 2009 (erano 1.002.414 nel 2008).

Un altro dato positivo riguarda la tutela delle risorse naturali: l’estensione delle foreste nel 2010 raggiunge, infatti, i 9.149 mila ettari (erano 8.759 nel 2005). Vaste e numerose anche le superfici sottoposte a tutela, con 2.288 Siti d’interesse comunitario (14,3% del totale) e 597 siti zone di protezione speciale (13,6%), complessivamente meno estese dei siti spagnoli (rispettivamente il 24,5% e il 20,6%) ma più ampi e numerosi di Francia, Germania e Regno Unito.

Ambiente Italia 2011, il consumo di suolo in Italia

annuario di Legambiente elaborato dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia

è a cura di Duccio Bianchi e Edoardo Zanchini

edito da Edizioni Ambiente

2011 – pagine: 256 – euro 22,00

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2 pensieri su “Come sta l’Italia ambientalmente parlando?

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