“L’ idea di libertà spiegata a mio figlio” di Alessandro Baricco

Ecco perché Baricco continua a piacermi. Questo articolo in cui spiega al figlio undicenne cosa è la libertà è davvero bello.
Bello per lo stile e bello per i riferimenti semplici al calcio, al web, ai poster e bello anche per le contraddizioni quotidiane…lo consiglio.
“L’ idea di libertà spiegata a mio figlio” da Repubblica pubblicato in occasione dei 50 anni di Amnesty International.

«A Cuba, ad esempio», ho detto a mio figlio, «se vai su Internet puoi entrare solo in 15 siti, tutti gli altri sono vietati». In effetti era l’esempio buono. Non ci voleva credere. «Quindici?». Sgranava gli occhi. «Non possono entrare nel sito della Gazzetta dello Sport?». «No. Non credo». Ci ha pensato un po’. «E noi non possiamo portargli i nostri computer?», mi ha chiesto.”
Ps: di Baricco avevo pubblicato anche un divertente pezzo su cosa succede quando si cambia il pannolino ai bambini.

L’ idea di libertà spiegata a mio figlio
10 maggio 2011
Un giorno ho portato mio figlio a Cinecittà, a Roma, mi sembrava un posto che doveva vedere, dato che la sua idea di cosa fare da grande è fare film come Star Wars. Per il momento ha 11 anni. Ha tempo, direi, per cambiare idea, comunque una gita a Cinecittà poteva servire. A un certo punto mi ha chiesto chi l’aveva fatta, Cinecittà. «Il fascismo», gli ho detto. «L’hanno fatta quando tuo nonno aveva otto anni e in Italia c’era il regime fascista». La cosa gli ha creato un po’ di confusione. Mio figlio è cresciuto in un ambiente inesorabilmente antifascista. Non siamo stati lì molto a sottilizzare, in famiglia: ci è sembrato pratico orientarlo a considerare il periodo fascista come un passaggio triste della storia patria, e amen. Non gli quadrava molto, quindi, che quella figata l’avessero fatta proprio in quegli anni. Allora ho capito che dovevo spiegargli qualcosa di più. Quello che gli ho spiegato è che il regime fascista aveva governato questo paese a lungo e sicuramente qualcosa di buono l’aveva fatto. Non mi veniva in mente niente in particolare, ma devo avergli fatto notare, ad esempio, che le autostrade avevano incominciato a farle loro, per rompere l’isolamento di tante parti d’Italia e modernizzare il paese. Probabilmente devo anche aver detto qualcosa a proposito dei due mondiali di calcio vinti dall’Italia in quegli anni: è il genere di cosa che per un undicenne significa molto. Lui non aveva mai pensato che qualcosa di decente potesse essere accaduto, durante il fascismo, e quindi aveva la faccia di uno che doveva riordinarsi in mente un bel po’ di cose. Ha riassunto tutto il suo smarrimento in una domanda semplice: e allora perché noi siamo contro il fascismo? Ci siamo seduti. Quel che ho cercato di spiegargli c’entra con questo manifesto di Amnesty che adesso sto guardando e che probabilmente stamperò e metterò da qualche parte nella camera di mio figlio, tra un manifesto di Star Wars e uno dei Simpson. Gli ho spiegato che a noi non piace il fascismo perché c’erano le autostrade ma non la libertà. «Libertà di fare cosa?», mi ha chiesto. «Molte libertà», ho cercato di spiegargli, «ma se vogliamo andare al cuore del problema, non c’era una reale, effettiva libertà di pensare quello che volevi e di esprimerlo ad alta voce. A parte il fatto che se trovavi da ridire sul regime ti ritrovavi senza lavoro, o in galera, o peggio, ma a parte questo, il problema era che proprio ti si impediva di avere un cervello tuo, con dei tuoi pensieri, delle tue idee, magari anche sbagliate, o un po’ grulle, ma tue. Tutti in fila a imparare le parole d’ordine del capo, e fine della libertà di pensare», gli ho detto. «Nessuno può impedirti di pensare cosa vuoi», mi ha detto. «Come fa? Ti entra nella testa?». Era una buona domanda. Allora gli ho detto che sì, ti possono entrare nella testa. Iniziano a legarti le mani, poi i piedi, poi a chiuderti gli occhi, poi a spegnerti la voce, poi a metterti paura. Possono farlo. E tu continui a vivere, magari hai anche le autostrade e Cinecittà, ma sei in una gabbia e inizi ad abituarti, perché anche quello è un modo di vivere, in gabbia, soprattutto se la gabbia te la rendono in fondo confortevole, e apparentemente adatta a crescere, vivere, fare figli, fare soldi, toglierti delle soddisfazioni, avere amici e amori. Ci si abitua a tutto. Anche a vivere in gabbia. Magari in cambio di un po’ di ordine, di una manciata di certezze, di qualche domenica al sole. Ma intanto perdi la capacità di pensare per conto tuo, e alla fine anche la voglia di farlo. Ti dimentichi di cos’è la libertà. Lui aveva l’aria di essere veramente spaventato. «Però adesso non è così, vero?», mi ha chiesto, tanto per tranquillizzarsi. Lì avrei dovuto parlargli dell’Italia di oggi ma veramente mi sembrava un po’ troppo complicato e allora gli ho chiarito che i fascismi sono molti, e in tante parti del mondo, e magari noi oggi, qui, abbiamo una certa, sostanziale libertà, ma molte altre persone in giro per il mondo no. «Che culo essere nato qui», ha detto. «Indubbiamente», ho detto, anche se qualche distinguo mi sarebbe venuto da farlo. Ma non era il momento. «Fammi un esempio», mi ha detto. «Un esempio di un posto dove non sono liberi». Forse non era l’esempio migliore, ma non so perché mi è venuta in mente Cuba. Cioè, lo so. Perché avevo da poco parlato con un amico cubano che mi aveva detto una cosa che mi aveva colpito. Non sono nemmeno sicuro che fosse completamente vera, ma ero sicuro che non era nemmeno completamente falsa. Gli avevo chiesto, all’amico cubano, se non trovava tremendo che loro non potessero navigare liberamente in Internet. E lui mi aveva detto che le cose non stavano esattamente così: mi aveva detto che c’ erano almeno 15 siti internazionali dove loro potevano entrare. Almeno 15. «A Cuba, ad esempio», ho detto a mio figlio, «se vai su Internet puoi entrare solo in 15 siti, tutti gli altri sono vietati». In effetti era l’esempio buono. Non ci voleva credere. «Quindici?». Sgranava gli occhi. «Non possono entrare nel sito della Gazzetta dello Sport?». «No. Non credo». Ci ha pensato un po’. «E noi non possiamo portargli i nostri computer?», mi ha chiesto. Allora gli ho spiegato che no, non possiamo portargli i nostri computer, ma molto possiamo fare, e molti lo fanno, per pretendere che la libertà di informazione e quindi di pensiero e di espressione sia un diritto di tutti, anche di quelli che vivono sotto i fascismi, di ogni colore e di ogni specie. La cosa gli è piaciuta. Era tutto gasato. «E noi cosa facciamo, ad esempio?», mi ha chiesto. «S’è fatto tardi», ho detto. Ma a lui andava di sapere cosa stavamo facendo, noi due, e magari anche la mamma e i nonni, perché tutti avessero il diritto di pensare ed esprimersi, liberamente, in ogni parte del mondo. Poco, alla fine ho ammesso. Molto poco. «Perché?». «Perché la vita è complicata e non c’è tempo per fare tutto. E perché adesso che me l’hai detto mi sono ricordato di quanto poco facciamo e quindi ti prometto che mi faccio venire qualche idea, e da oggi pomeriggio ci mettiamo a fare qualcosa». Era già più tranquillo. Però no, non è che mi sia venuta chissà quale idea, devo dirti adesso, figlio mio che nel frattempo hai 12 anni. Mi spiace, ma di nuovo me ne sono dimenticato e l’unica cosa che posso dirti è che oggi ho scritto qualche riga su un manifesto che gridava quella voglia di libertà di cui abbiamo parlato, quella volta, ed è proprio poco, d’accordo, ma è quello che ho fatto oggi, è il raccolto di oggi, forse è meglio di niente. Ma peggio del molto che dovremmo fare, lo so. Dammi un’altra chance e vedrai che qualcosa mi viene in mente. Anzi, fa’ così: prendi questo manifesto e attaccalo in stanza, va’, così non ce ne dimentichiamo più, di questa faccenda. No, non c’è bisogno che togli quello dei Simpson. Va bene anche di fianco. – ALESSANDRO BARICCO

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