Resoconto da Lampedusa (dalla Caritas lodigiana)

Pubblico questo interessantissimo e densamente umano resoconto da Lampedusa dove “è in corso un viaggio di approfondimento a Lampedusa, sulle dinamiche che hanno coinvolto a suo tempo (qualche mese fa’) I ragazzi richiedenti asilo che ora gravitano anche nel Lodigiano.
Sono “riflessioni fatte a caldo (in ogni senso), nel proficuo dialogo che si é intrecciato tra un gruppo di esponenti caritas di tutta Italia e la popolazione di Lampedusa..il viaggio terminerà giovedì 14. intanto le prime considerazioni…
Il racconto, un diario quotidiano, è un po’ lungo ma lo consiglio davvero…
Ne approfitto per ringraziare la Caritas per il lavoro con queste persone e per queste intense testimonianze.

Giovedì 7 luglio é stato un viaggio degno di Lampedusa. Ultimo arrivato dei 10 che provengono da tutta Italia, a seguito dell’invito di Caritas Italiana per una settimana di condivisione e ricerca di senso a partire dagli sbarchi in Italia. Partenza h. 5.30 da Lodi. arrivo h. 21.40 per aereo in panne. 15 ore … come la traversata del Mediterraneo sui barconi, ma lì nn ti danno un buono pasto per il bar dell’areoporto, né poltroncine dove si può anche schiacciare un pisolo, leggere e riposarsi…
quindi bene. Da qui il mondo appare davvero con altra luce …
[Non so quando riuscirò a spedire quanto scrivo. la connessione é difficile e vedremo un po’ come fare].
Opto per raggiungere subito gli altri 9 per l’incontro con la comunità parrocchiale dell’isola. Già questo é valso il viaggio, ve l’assicuro.
Arrivo alle 21.45 mentre stanno scorrendo le immagini delle giornate calde dell’accoglienza di massa dei migranti provenienti prima dalla Tunisia (febbraio 2011), quindi profughi dalla Libia. alcuni non trattengono le lacrime al ricordo. l’atmosfera si scalda.
Il parroco, don Stefano, insieme alla comunità parrocchiale (operatori turistici e pescatori, in molti casi le stesse persone) fanno a gara per raccontarci le storie di umanità profonda e coinvolgente vissute. Tra tutti spicca Mimmo, arrabbiato con i media, per come Lampedusa é stata rappresentata. Prima le stigmate di un’invasione da più parti voluta, costruita, poi il silenzio e il deserto, senza nemmeno turisti, rimasti lontani per paura di mischiarsi con l’emergenza, che però da tempo é finita.
In realtà l’isola è tornata alla normalità ma nessuno lo dice: non fa notizia. Gli sbarchi che avvengono con cadenza settimanale quasi come un servizio di linea, sono gestiti dalle agenzie umanitarie, dalla capitaneria di porto e da Lampedusa Accoglienza, l’ente gestore. Ora la macchina é rodata e sembra proprio funzionare. Ai Lampedusani rimane un vuoto incolmabile; rimpiangono i giorni passati sulla banchina a rifocillare le 7000 persone accampate sulla collinetta al porto, la pentola di fagioli fatta bollire apposta per loro (20 persone hanno mangiato); le notti a parlare, a consolare, a condividere tutto: vestiti, casa per lavarli, scarpe, acqua, sapone, carta igienica, le cose essenziali, per sopravvivere nell’assurdità di un’emergenza costruita ad arte per spaventare il mondo…
Ora rimangono in disparte con il loro lutto tutto da rielaborare. Perché per loro é questo. Si sono sentiti vivi, una comunità unita, tutti insieme impegnati finalmente in un unica missione che ha messo tutti d’accordo. Alla faccia delle tante divisioni che in questi anni hanno avvelenato spesso il clima tra famiglie, amici, vicini di casa e di lavoro. Qui il turismo e l’improvvisa pioggia di soldi aveva minato la felice e a volte anche povera esistenza. Ora l’emergenza africana sembra avere rimesso tutti d’accordo. Salvo il fatto che ora I turisti non stanno più arrivando.
Ci dicono poi che verrà Berlusconi sabato e che questa volta non saranno più così fessi da credergli, da applaudire, da farsi abbagliare dalle promesse fatte. Passata l’emergenza, a bocce ferme emergono le incredibili carenze di una gestione che ha fatto acqua da tutte le parti (nei giorni successivi avrà modo di annullare la visita).

Non c’é male come inizio … capiamo che le nostre misere storie di quotidiana follia, così fortemente avviluppati nella paura di accogliere, di aprirci alle persone che hanno diritto di essere tra noi in quanto richiedenti asilo e non invasori o “clandestini”, né tantomeno “profughi” … qui non trovano piede. Stentano a credere che al nord, nel Lodigiano, abbiamo difficoltà ad accogliere anche solo una persona che arriva da Lampedusa. Loro che in 5.000 hanno sostenuto la vita di oltre 7000 persone in una volta sola per 2 settimane (ma saranno oltre 15.000 i passaggi nei mesi tra febbraio e aprile), con coraggio e determinazione. Proprio quello che sembra mancare a noi.
Verso le 00.30 tutti a nanna. Per la sistemazione sn molto più tranquillo: siamo come in Africa ed é incredibile come abbiano ritoccato così bene le immagini sul web del “villaggio turistico” … x me ottimo. quello che chiamano “chalet” é una baracca di legno con un letto infilato a stento tra le due mura e 4 assi intrecciate che fanno da mobiletto. Ho ringraziato Danilo di caritas italiana: dalla descrizione temevo una suite presidenziale, …
[Non so quando riuscirò a spedire quanto scrivo. la connessione é difficile e vedremo un po’ come fare].

venerdì 8 luglio serata di sbarchi !!!
Mattinata di formazione per dare a tutti le stesse coordinate minime sul tema, dato che nn tutti lavoriamo sull’immigrazione. C’é chi arriva da ambiti specifici quali la tratta, la gestione di case di accoglienze, o attività di strada, …
Pomeriggio di visite e incontri.
La sera siamo in pizzeria, alle prese con una pizza dura come questa terra, brulla e inospitale per 9/10 del suo territorio, quando ci arriva la telefonata dalla Capitaneria di porto: sono in arrivo almeno 4 barche dalla Libia per un totale di almeno 900 persone: donne bambini e per la maggior parte giovani uomini.
Abbiamo mezz’ora per chiudere velocemente cena, saldare il conto (mai troppo leggero per queste latitudini: 1 pizza 8 euro!) e spostarci in tempo utile al molo del porto commerciale. é qui che sbarcano i migranti quando arrivano con barche medio grosse.
Arriviamo ed i preparativi sono già in corso. Temiamo di nn poter accedere alla banchina e di doverci accomodare sulla collina della vergogna (ricordate qualche mese fa?). Invece nessuno fa caso al nostro gruppetto. Danilo e Oliviero, con giubbottino passepartout di Caritas Italiana ci guidano al posto di osservazione. Pare brutto, ma noi non potremo nemmeno stringere una mano ai nuovi arrivati, infilati come sono in un cordone sanitario che li scorta fino ai 2 pulman che faranno da navetta verso il centro di accoglienza.
Dopo 15 minuti arriva in porto il primo barcone, un peschereccio non così brutto come altri, stracarico di umanità. pochi sorrisi, ma nessuno sguardo di disperazione. Oggi il mare era calmo e la traversata non deve essere stata rischiosa come altre volte. Ma il viaggio non é di quelli soliti: un peschereccio che ospita 250 persone stipate all’inverosimile può ribaltarsi al minimo spostamento di peso non calibrato. E per questo tutti stanno ben attenti a non muoversi, in attesa del proprio turno. Il battello arriva in autonomia, segno che non erano alla deriva.
Sbarcano prima donne e bambini: tra gli 0 e 5 anni, accuditi da operatori della croce rossa, Save The Children e operatori sanitari. Primo triage per stabilire le condizioni generali e poi su nel pulman o nelle ambulanze.
A seguire gli uomini, alcuni stentano a camminare, con le gambe anchilosate dalla posizione scomoda assunta per 15-24 ore da quando sono partiti da Tripoli.
Il flusso continuerà tutta notte: le barche sono partite a ritmo regolare, di ora in ora. c’é chi dice che anche dai moli di partenza libici sembrano favorire al massimo le operazioni di soccorso e seguirebbero poche ma efficaci regole:
partenze una volta la settimana, barche decenti, distribuite ad intervalli di tempo utili per non aspettare troppo in rada, fuori dal porto.
Le operazione si svolgono regolarmente, con celerità. Tutti ormai sono addestrati. Parliamo con un operatore di BBC che sta riprendendo lo sbarco: sembra che vi siano tra le 150 e le 220 persone sbarcate. Ognuno dà i suoi numeri. Alla fine dovrebbero essere attorno ai 250, ci dice la protezione civile. Gli uomini che ci sfilano davanti hanno sguardo fiero, serio, leggermente increspato da un velo di preoccupazione sulla loro sorte. Ma per nulla disorientati, sembrano essere comparse di un film già recitato altre volte. Si muovono con passo deciso, lento, dando l’impressine di essere stati informati esattamente su cosa andrà a succedere. Certo qui nessuno gli dice una parola. E poi sono esausti. Riesco giusto a incrociare lo sguardo con due ragazzi rannicchiati a prua, con lo sguardo esausto e vuoto, alla ricerca di qualche improbabile conoscente sulla banchina. Faccio segno di “forza” con le mani chiuse a pugno, come faceva Giorgio Gaber nei suoi momenti di massima energia comunicativa: riescono a sorridere e ad alzare il pollice in segno di OK: fino qui ce l’abbiamo fatta!
Chi non é ancora sbarcato sta fermo al suo posto, come se fosse ancora in navigazione, in attesa di un cenno. Nessuna scena di nervosismo né di fretta in attesa del proprio turno a scendere.
Nel giro di 30′ le operazione si concludono. Alcuni membri dello staff della Cp Capitaneria di porto, salgono sul peschereccio, raccolgono quanto lasciato nelle stive, si accertano che nn vi sia più nessuno a borso. Un addetto trova ne pozzetto di prua un foglio scritto. lo passa al suo responsabile, come fosse una reliquia molto preziosa. Al termine dell’ultimo controllo sale a borso un marinaio di Lampedusa che accende i motori e sposta la barca dal molo: direzione caletta riparata dove la barca verrà portata a terra e messa nei cimiteri di barche dispersi un po’ in tutta l’isola, in attesa di uno smaltimento che dicono particolarmente oneroso. La parrocchia ha chiesto più volte la possibilità di avere anche solo una di queste barche per le sue attività … ma nn c’é nulla da fare. Sembra che si voglia fare sparire al più presto ogni segno dello sbarco. L’isola deve vivere di turismo e queste attività non devono più intralciare. Una coppia di lampedusani si allontana dalla banchina maledicendo i reporter che si accalcano ancora alla rete divisoria. Sono loro che perpetuano nell’immagine collettiva virtuale, l’idea di un’isola minacciata, in continua emergenza. In realtà non lo é più, ma sarà difficile per tutti girare pagina. Soprattutto per chi beve da TV e da media impegnati a mettere alla ribalta quando fa sensazione, e si dimenticano di riportare le immagini alla normalità. Scopriamo che anche per questi sbarchi vengono usate le immagini di repertorie di marzo – aprile quando l’emergenza era manifesta e reale…. Brutta storia giocare con le paure !
Torniamo al camping: é 1/2 notte e sappiamo che fino alle 4 proseguiranno gli sbarchi, mentre i pochi turisti dormono, in attesa di tornare a rosolare sulle spiagge.
E gli ultimi arrivati nel giro di 24 h proseguiranno il viaggio identificati, fotosegnalati, improntati, verso Porto Empedocle o Napoli o Genova … oppure in mare per settimane in attesa che qualche posto di accoglienza sia disponibile.
Già perchè la Protezione Civile che gestisce I trasporti in mare ha sempre il solito problema: via da Lampedusa dove indirizzarli ? l’Italia di frontiera anche stanotte ha fatto il suo dovere. Ora tocca agli italiani … accoglienze cercasi !

Sabato 9 luglio
Il mattino abbiamo continuato la riflessione sull’immigrazione.
Interessante la prospettiva che colgo da Oliviero:
Sull’evoluzione globale in tema d’immigrazione la sua é una lettura piuttosto negativa, soprattutto sulle velleità europee di sostenere indenne il Fortino Europa. Non c’é la necessaria lungimiranza politica per attivare luoghi, persone in grado di ragionare sugli scenari globali futuri, di rimettere al primo posto la convivenza umana come valore di fondo per la salvaguardia della pace e della sopravvivenza stessa di popoli a rischio d’estinzione.
Oggi si sta combattendo una guerra senza esclusioni di colpi (11 settembre 2001, kamikaze palestina, gheddafi con migranti-bombe umane), nella quale noi non abbiamo al momento escogitato nessun antidoto sociale-politico, salvo la chiusura ad oltranza. CI facciamo sopraffarre dalle continue emergenze, ragioniamo di pancia e il cervello é annebbiato.
Il meccanismo secondo cui la cooperazione allo sviluppo determina nel breve periodo un aumento delle migrazioni (a causa di accesso a maggiori disponibilità economiche di persone fino ad oggi prive di mezzi anche solo per pensare ad emigrare), ha fatto sì che si riducesse anche quel percorso di cooperazione internazionale che potrebbe rispondere all’opzione: creiamo opportunità e ricchezze a casa loro.
Non c’è al momento la necessaria lucidità per avviare due percorsi distinti: uno sull’emergenza contingente, con lo sfondo ben chiaro di una strategia politica a lungo termine in cui ci si trovi sostanzialmente d’accordo a livello globale sulle priorità da perseguire.
Prevalgono sempre logiche di parte, locali, privatistiche, nonostante il mondo ora sia sempre più globalizzato.
A seguire l’incontro con l’OIM, Save the Children, Unhcr per l’approfondimento delle tematiche legali e sulle attività nei due campi di accoglienza dell’isola (una per minori e una per adulti, strapiene entrambe a causa della scarsità di opzioni di accoglienza sul continente…)
Il primo pomeriggio veniamo autorizzati a visitare il campo di prima accoglienza Imbriacole, dove Federico, dell’associazione AccoglienzaLampedusa, ente gestore, ci illustra il lavoro che sta dirigendo da 4 anni, ma soprattutto a partire da febbraio 2011. 1700 ospiti (di cui 1050 di ieri) per 750 posti disponibili. Persone accalcate in ogni dove in attesa di riconoscimento e di trasferimento in traghetto verso l’Italia.
Mie impressioni: lavoro sull’emergenza ormai rodato e seguito da soggetti istituzionali ben coordinati (Capitaneria di porto, OIM Save the Children, Medecin Sans Frontiere, Carabinieri). Alcune criticità soprattutto nelle relazioni umane con queste persone che spesso vengono spostate in massa come fossero deportati. Caritas, dopo la prima emergenza in cui ha aiutato la parrocchia e la comunità civile a dare le prime risposte umanitarie in attesa della macchina istituzionale e a indirizzare secondo canali accettabili le scelte locali di “accoglienza”, ha ora cambiato suo obiettivo: supporto e avvio di una caritas locale che promuova anche un maggior coordinamento tra I soggetti socio-istituzionali presenti; affinché si sviluppino opportunità di collegare l’isola, da sempre esclusa (e autoesclusa) da qualsiasi connessione con l’Italia e l’Europa, alle reti nazionali ed internazionali.

La sera prepariamo una tavola rotonda con la comunità di Lampedusa nella quale il tema di fondo é sfruttamento lavorativo, tratta e prostituzione, lavoro nero e mafie.
In tarda serata arriva la notizia di un nuovo sbarco di 250-300 persone. La barca tarda ad entrare inporto. Stamattina abbiamo poi sentito gli aggiornamenti: barca in avaria, trasbordo in mare e rientro spossante di tutti i “profughi”attorno alle 4 del mattino.
Qui si conclude la prima parte della settimana.
A seguire vi sarà la seconda parte, concentrata su incontro con la comunità Lampedusana e prospettive di lavoro nei territori da cui proveniamo…
Impressione generale: qui stiamo vivendo il confine dell’Europa, dove l’umanità ha ancora un peso, dove le regole non scritte del mare orientano gesti che la testa così piena di immagini e paure indotte non vorrebbero compiere. Ma qui alla fine l’uomo sta vincendo.
(continua)

2 pensieri su “Resoconto da Lampedusa (dalla Caritas lodigiana)

  1. Pingback: Diario dall’Angola (di Laura Beltrami) « Briciole caotiche

  2. Pingback: Salvare immigrati in mare | Briciole caotiche

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