Un paese che frana (e non è una metafora)

Si possono fotocopiare gli articoli già scritti, le denunce inascoltate, gli inutili appelli alla tutela di un territorio spolpato di ogni difesa naturale e schiacciato dal cemento invasivo: in tanti anni non è cambiato niente. È ancora l’Italia delle frane, dell’incuria e della mancata prevenzione che si abbatte sulle case e sulle strade e si porta via la vita di qualcuno di noi. Ad ogni pioggia, ad ogni temporale, il rischio si alza senza distinzione tra Nord e Sud: nella devastazione ambientale e nella scarsa manutenzione il Paese azzera le differenze, oggi è la Liguria flagellata dal maltempo e dalla furia dei torrenti, ieri ad essere messe in ginocchio erano la Calabria, la Sicilia, la Campania, il Veneto, il Piemonte, la Toscana.

Così ieri Giangiacomo Schiavi sulla prima del Corriere nell’articolo Un prezzo troppo alto nell’Italia dell’incuria.
Perché il punto è proprio questo: ogni anno si ripetono simili tragedie perché si assecondano interessi particolari (speculazioni) a discapito del bene comune.
Anche Mario Tozzi su La Stampa di ieri nell’articoloPrevenzione dimenticata” “L’esempio della Liguria è eclatante: le alluvioni in quella sottile striscia di terra sono e saranno la regola a ogni pioggia un po’ più grave del solito. Per forza: quando si costruisce fino dentro gli impluvi fluviali, il terreno viene reso impermeabile e non assorbe più la pioggia che, invece, si precipita nei corsi d’acqua, ormai non più commisurati a quelle precipitazioni. Così arrivano le alluvioni, dovute alla nostra scarsa conoscenza della dinamica naturale e al mancato rispetto delle regole: se si leva spazio al fiume, il fiume prima o poi se lo riprende.

Un prezzo troppo alto nell’Italia dell’incuria
Si possono fotocopiare gli articoli già scritti, le denunce inascoltate, gli inutili appelli alla tutela di un territorio spolpato di ogni difesa naturale e schiacciato dal cemento invasivo: in tanti anni non è cambiato niente. È ancora l’Italia delle frane, dell’incuria e della mancata prevenzione che si abbatte sulle case e sulle strade e si porta via la vita di qualcuno di noi. Ad ogni pioggia, ad ogni temporale, il rischio si alza senza distinzione tra Nord e Sud: nella devastazione ambientale e nella scarsa manutenzione il Paese azzera le differenze, oggi è la Liguria flagellata dal maltempo e dalla furia dei torrenti, ieri ad essere messe in ginocchio erano la Calabria, la Sicilia, la Campania, il Veneto, il Piemonte, la Toscana. Non ci può essere assoluzione, non basta scaricare sulla fatalità degli imprevisti atmosferici la responsabilità dei danni e il tragico conto delle vittime. Un Paese che è riuscito a mettere ingiustamente sotto accusa i geologi per la mancata previsione di un terremoto meriterebbe qualcosa di più dalla sua classe politica, da chi è nelle condizioni di avviare con i fondi adeguati la manutenzione, carente per non dire assente, di corsi d’acqua e pezzi interi di colline insidiate dalle frane. Lo imporrebbe un sussulto di responsabilità anche nel rispetto dei morti che hanno pagato un prezzo altissimo a quell’incuria che non si può classificare come calamità naturale. Sono anni che ambientalisti e associazioni benemerite come Fai, Italia Nostra, Wwf denunciano l’abusivismo selvaggio e l’eccesso dei permessi di edificazione nelle zone a rischio, la mancanza di argini a norma, di difese accurate, di opere di contenimento delle piene. Un’adeguata azione di riqualificazione ambientale dovrebbe essere tra le priorità di un Paese che ha nel territorio una risorsa economicamente importante e una riserva di inestimabile valore: ma l’ambiente, in Italia, trova difensori tra i politici solo nelle parole di circostanza e negli inutili proclami. Il ministero è stato praticamente cancellato, lasciato senza fondi, messo nelle condizioni di agire solo per l’ordinaria amministrazione. Fingere di non vedere tutto questo, di ignorare l’entità di un disastro in corso, è un atto di irresponsabilità. Certi disastri sono annunciati non tanto perché l’ha detto qualche Cassandra inascoltata: lo sono perché non si è realizzato quello che si doveva (e si sapeva necessario).
Schiavi Giangiacomo
(26 ottobre 2011) – Corriere della Sera

26/10/2011
Prevenzione dimenticata
MARIO TOZZI
Buoni ultimi in Europa, gli italiani sembrano scoprire, nell’autunno 2011, che il regime delle piogge è cambiato. Non ci sono più le pioggerelline invernali, né le rugiade primaverili. No, qui deflagrano vere e proprie bombe d’acqua.
Bombe d’acqua che scaricano in poche ore la stessa quantità di pioggia che un tempo cadeva in qualche mese. Quasi 130 mm di pioggia a Roma (con due vittime) in un paio d’ore, una vittima nel Salernitano, 140 mm in una sola ora alle Cinque Terre e ancora dispersi. Peccato che le alluvioni istantanee (flash-flood) siano ormai da tempo diventate la regola nel nostro Paese e investano anche bacini fluviali minori. Questo non è più il tempo delle grandi piene del Polesine o dell’Arno: nell’Italia del terzo millennio tocca e toccherà sempre più all’Ofanto, piuttosto che al Brachiglione. Le bombe d’acqua sono figlie del clima che si surriscalda e si estremizza: più energia termica a disposizione dei sistemi atmosferici significa maggiore possibilità di eventi fuori scala rispetto al passato. Ma tutto peggiora quando, anziché guardare in terra, si continua a osservare il cielo nella speranza che il fato non sia avverso. L’esempio della Liguria è eclatante: le alluvioni in quella sottile striscia di terra sono e saranno la regola a ogni pioggia un po’ più grave del solito. Per forza: quando si costruisce fino dentro gli impluvi fluviali, il terreno viene reso impermeabile e non assorbe più la pioggia che, invece, si precipita nei corsi d’acqua, ormai non più commisurati a quelle precipitazioni. Così arrivano le alluvioni, dovute alla nostra scarsa conoscenza della dinamica naturale e al mancato rispetto delle regole: se si leva spazio al fiume, il fiume prima o poi se lo riprende. E hai voglia a sturare i tombini a Roma o a decretare lo stato di calamità (che non andrebbe assolutamente favorito, perché si deve operare in prevenzione, non in emergenza) a La Spezia: sono solo palliativi che rimandano alla prossima occasione. Se non si liberano i fiumi dell’aggressione cementizia, se non si rispettano le regole di un territorio così fragile e giovane come quello italiano e se, peggio, si favorisce l’abusivismo anche attraverso sciagurati piani casa e ancor più sciagurati condoni, il problema non si risolverà mai. Ma proprio questo è il punto: nessun decisore politico si impegna nella manutenzione del territorio attraverso piccole opere diffuse. Tutti sperano di lucrare consenso con l’ennesimo ponte inutile o l’ennesimo raddoppio di strada. Così non si opera nell’interesse della popolazione e si degrada il territorio al rango dei Paesi del Terzo mondo, mentre si hanno ambizioni da sesta potenza industriale del pianeta. Le perturbazioni investiranno le solite zone ad alto rischio: l’Alto Lazio, la Campania, la Calabria e Messina. E ascolteremo le solite litanie e giustificazioni, magari appellandosi all’eccezionalità dell’evento che, però, non è ormai più tale. Non si può vivere a rischio zero, è vero, ma, non avendo fatto nulla, non ci si dovrebbe nemmeno lamentare.

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