Storia di ordinaria burocrazia contro gli extracomunitari (dalla Libreria Sommaruga)

Assumere (anche solo per un mese) un giovane immigrato regolare? Un’impresa epica tra 1000 ostacoli burocratici, documentazione richieste e incomprensibili vessazioni.
Lo raccontano Alda e Michela (della libreria Sommaruga di Lodi). Lo pubblico volentieri come ulteriore testimonianza nel blog su questi temi.

“In questo inizio di 2012 di crisi, di disoccupazione, di lotta all’evasione, di semplificazione, di incentivi alla crescita, di aiuto alle piccole e medie imprese ma non (come speravo) di tassa patrimoniale noi che, anche sorridendo, fatichiamo a chiamarci imprenditrici, e che, molto più semplicemente, siamo il quasi 100% di una piccola libreria di provincia, vorrenno raccontare una altrettanto piccola storia “kafkiana” che ci ha visto, nostro malgrado, protagoniste.
Il tutto risale solo a qualche settimana fa e la vicenda è banale nella sua semplicità: come ogni anno, la libreria, in vista del periodo natalizio, apre dei rapporti di collaborazione della durata inferiore ai 30 giorni. Quest’anno la novità è stata quella di avere scelto come collaboratore anche una persona extracomunitaria: ventenne, in possesso di regolare permesso di soggiorno, di documento di identità, di codice fiscale, residente in Italia e iscritto all’università, bravo, simpatico, perfettamente “padrone” della lingua.
E allora, dove sta il problema, in questo Paese che favorisce – si fa per dire – l’intraprendenza e la laboriosità degli stranieri regolari e la buona volontà – si fa per dire – degli imprenditori che desiderano agire in modo regolare e trasparente? Il problema sta nel fatto che, mentre per gli altri collaboratori documento di identità e codice fiscale sono più che sufficienti per la stipula del contratto di collaborazione, in questo caso ci vuole molto di più. L’abbiamo scoperto “rimbalzando” per giorni contro il muro di gomma di norme insensate e, a nostro parere, discriminatorie, certamente frustranti, e probabilmente immotivate senza riuscire a trovare il bandolo della matassa ma, come se si trattasse di una sfida, con l’intenzione di scovare una via d’uscita.
Nel caso di persona extracomunitaria con permesso di soggiorno rilasciato per motivi di studio è necessario che la collaborazione non ecceda le 20 ore settimanali di lavoro e per noi nessun problema, anzi, e che le sottoscritte – datore di lavoro, ovvero committente dei “pacchetti regalo” che rappresenteranno la gran parte del mansionario – si assumano l’impegno a sostenere gli (eventuali) costi di rimpatrio (!) del lavoratore straniero nel caso commetta un reato che lo prevede come pena accessoria. Qui facciamo più fatica a capire ma facciamo finta vada bene pure questo e ci adeguiamo.
Però non è finita: ci viene fatto notare che, nel caso in cui ci siamo avventurate, è pure necessario presentare la “certificazione della conformità alloggiativa”. Sembra uno scherzo e invece non lo è: una persona straniera non può lavorare in Italia se non dispone di un certificato di conformità, rilasciato dalla ASL locale, che attesta come il suo alloggio sia “a norma” con riferimento alle disposizioni in tema di fumi della caldaia, conformità dell’impianto elettrico e di riscaldamento. Non male, si potrebbe pensare, finalmente delle disposizioni tese a verificare che lo straniero non viva in uno scantinato, in un tugurio, su un’auto. Peccato solo che, a parità di condizioni – vivere in uno scantinato, in un tugurio, su un’auto – un cittadino italiano o comunitario possa comunque lavorare (e magari grazie al suo lavoro uscire dalla cantina) e un extracomunitario no.
Semplicemente, niente conformità abitativa, niente lavoro. Abbiamo addirittura pensato a un “escamotage” (all’italiana) che potrebbe non farci onore ma che pur rappresenta uno sforzo di fantasia: “Lo facciamo risultare occasionalmente domiciliato a casa nostra!” ma non si può neppure questo: le leggi italiane conoscono gli accorgimenti italici e, infatti, la legge in questione prevede che, in questo caso, anche la nostra casa debba essere certificata e i tempi non ce lo consentono.
Non troviamo le parole per definire tutto questo ma ci piacerebbe capire ciò che continua a sembrarci incomprensibile e inaccettabile, seppur perfettamente “normato” e legale.
P.S. la fortuna nostra e del mio collaboratore è stata scoprire la possibilità di attivare un rapporto di tirocinio grazie alla consulenza e all’impegno profuso, a tempo di record, dagli addetti del “Centro per l’Impiego” locale, dipendenti pubblici che hanno fatto il loro lavoro nel modo migliore possibile, in barba all’ex ministro Brunetta.”

3 pensieri su “Storia di ordinaria burocrazia contro gli extracomunitari (dalla Libreria Sommaruga)

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