Taranto: “Ilva val bene un disastro ambientale?” (di Arcangelo Mazza)

Pubblico davvero volentieri questo contributo di Angelo, amico del Politecnico, che sull’Ilva di Taranto ha fatto la tesi e paper per diversi esami. Oltre ad essere di quelle parti.
Al suo articolo, aggiungo in fondo 3 video diversi ma ciascuno a suo modo interessante.
Il primo racconta (stile istituto luce) la costruzione dell’Italsider di Taranto: il progresso contro la povertà “un mondo sonnolento […] ma improvvisa una forza nuova: LA MACCHINA! Ulivi secolari cadono come burattini di legno
Il secondo è un cortometraggio “Taranto R.I.P.” di Stefano Angelillo, filmaker tarantino.
Il terzo riprendi i prelievi sui fondali marini davanti all’Ilva e non è un bello spettacolo.

Ilva val bene un disastro ambientale? (di Arcangelo Mazza)
Per comprendere il caso Ilva non è necessario essere coinvolti nelle attività produttive dell’acciaieria più grande d’Europa, dovremmo essere semplicemente attenti conoscitori della città, della sua evoluzione e delle sue dipendenze, ma soprattutto delle nuove relazioni che hanno stravolto l’intera società civile ionica.

Non si tratta della sola Città di Taranto. All’ILVA arrivano autobus pieni di operai dall’Alto Salento, dalla Provincia di Bari e dalle Regioni limitrofe. Fonte di sopravvivenza per molti, di guadagno per pochi che non rappresentano di sicuro l’individuo che potremmo definire “uomo-abitante”, accorto conoscitore della realtà quotidiana, delle sue tendenze.
Dobbiamo ammettere che l’intera società tarantina è stata da sempre coinvolta da interventi esterni all’area o comunque estranei alla sua cultura basata prevalentemente su agricoltura e miticoltura. Tra questi possiamo individuare l’Arsenale Militare, i Cantieri Navali e gli stessi impianti siderurgici installati negli anni ’60.
Risulta superfluo elencare gli eccellenti numeri determinati dalla produzione siderurgica, che solo lo scorso anno ha contribuito al raggiungimento di circa 9 miliardi di euro fatturato dall’intero Gruppo Riva. Oltre a questi numeri c’è altro, basta osservare le percentuali presentate dalla Magistratura che, semplicemente applicando la legge, dimostrano il nesso causale tra produzione industriale inquinante e incremento di morti ed ammalati. Proprio quello che è mancato finora: la correlazione! In altre parole, non si “riusciva” a giustificare che i 174 morti per tumori in sette anni, comprese le migliaia di persone ammalate, fossero a causa dei veleni dell’ILVA.
Da ormai quasi 50 anni Taranto sembra non esistere più, come se non fosse mai stata una delle capitali della Magna Grecia. L’ILVA è diventata la città data la distribuzione della sua superficie , una porzione di territorio due volte superiore al tessuto residenziale ai confini dei centri abitati, con le sue emissioni inquinanti che hanno compromesso l’ambiente (solo pochi anni fa oltre il 90% della diossina presente in Italia proveniva dai camini di Taranto), l’economia caratterizzata da un’estrema settorializzazione del tessuto economico cittadino e un’incapacità politica, ai differenti livelli territoriali, di creare una diversificazione occupazionale, ma soprattutto la salute di operai e cittadini.
Già in passato, precisamente il primo Agosto del 1990, la Città di Taranto veniva riconosciuta come “area ad elevato rischio ambientale”. Ci sono voluti 22 anni di battaglie sindacali, ricatti occupazionali, ordinanze comunali e negoziazioni politiche per affermare che il centro siderurgico producesse morti, oltre che acciaio. Ogni individuo risulta essere succube della produzione industriale siderurgica, gli operai stessi coinvolti nella protesta, i cittadini che subiscono le esternalità negative, la società civile e la stessa classe politica.
L’iniziativa della Magistratura, già prevista dai vertici aziendali che hanno provveduto solo poche settimane fa a presentare le dimissioni, risulta essere un’opportunità per tutti: azienda, lavoratori e cittadini. Soprattutto ora che anche nel resto d’Italia iniziano a comprendere l’importanza di una città come Taranto. Per esempio, a Genova-Cornigliano, dove l’ILVA era sinonimo di inferno ed è stata ritenuta inquinante già diversi anni fa portando alla chiusura dell’area a caldo, i 1760 lavoratori hanno registrato nela giornata di venerdì 27 solo cinque giorni di autonomia.
È da qui che si dovrebbe partire e scegliere se fare di Taranto realmente una città industriale, capace di applicare quello che avviene nella maggior parte degli stabilimenti del mondo (per esempio la Voest Alpine di Linz e gli impianti presenti nella Ruhr tedesca) o, azione molto più dispendiosa e poco probabile data la situazione finanziaria generale, dismettere, bonificare e riconvertire totalmente le aree, donando a Taranto e ai suoi cittadini una nuova immagine, ma soprattutto la possibilità di vivere.
Finalmente sono state dichiarate le esternalità negative prodotte riconoscendo il nesso causale, ora bisognerebbe quantificarle precisamente e, personalmente, penso che un gruppo economico come quello della famiglia Riva abbia le possibilità, ma soprattutto il dovere di risarcire la Città di Taranto, da sempre sfruttata ed ignorata.

Un pensiero su “Taranto: “Ilva val bene un disastro ambientale?” (di Arcangelo Mazza)

  1. Pingback: Riassumendo…e buone vacanze! « Briciole caotiche

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...