Il vincitore del Campiello 2014 (di Chiara Cremascoli)

coverGiorgio Fontana, Morte di un uomo felice, Sellerio editore
Lo hanno definito un romanzo “onesto” e io tento, invece, caparbia, una recensione “disonesta”, di quelle che non andrebbero fatte, dove l’emotività esplode a vari strati, e per motivi diversi.
Il mattino del 29 luglio 1981, alle ore 7 45, il sostituto procuratore Giacomo Colnaghi, di anni trentasette, uscì dal bar Pandolfi in via Casoretto. Qui avviene la morte di un uomo felice.
Morte di un uomo felice con il precedente Per legge superiore forma un dittico; in entrambi i titoli i magistrati protagonisti, Doni e Colnaghi, indagano sul senso della giustizia, sui suoi limiti, anche se in quest’ultimo si entra a pieno titolo nella storia di questo Paese, e in una storia complicata e affollata, tragica e irrisolta, quella degli anni settanta e del terrorismo. Siamo a Milano, nel 1981, la lotta armata è forse al suo apice di violenza e proprio a Milano si inscenano i delitti e le azioni più dure, in quel finire degli anni settanta, che già ne fa intravedere il tramonto. I colpi di coda del terrorismo non sono ancora arrivati, ma l’epoca del riflusso sì, è il crinale che separa il furore del decennio precedente dall’inizio del disincanto, della stanchezza, dell’apparire di forme non più collettive ma private, e anche la lotta, pur continuando feroce, regredisce a poco a poco nel suo isolamento.
Il protagonista del romanzo è Giacomo Colnaghi, magistrato, a capo di un pool che indaga sulle attività eversive di una cellula terrorista rossa, responsabile dell’omicidio di un democristiano. L’indagine è complicata e Colnaghi pagherà con la vita il suo impegno per lo Stato. Colnaghi indaga meticolosamente, interroga i protagonisti, si confronta con Doni in un appassionato scambio di riflessioni e di ricerca di motivazioni inspiegabili a quei gesti omicidi.
È la lente della storia che avvicina alla figura di questo inquirente, quella del prof. Guido Galli, che entra anche nella cronaca della narrazione. Ucciso il 19 marzo del 1980, nei corridoi della Statale di Milano di fronte all’aula 309, Galli viene freddato mentre era seduto su una panchina di marmo, in attesa di fare lezione, e stava leggendo il codice penale. I terroristi di Prima Linea lo avevano avvicinato chiamandolo per nome per poi ferirlo a morte. Il giorno dopo, la prima pagina del Corriere della Sera aprirà con la foto del cadavere di Galli coperto da un lenzuolo bianco, su un corridoio deserto, con a fianco il libro aperto, quello che stava leggendo.
Anche Colnaghi muore, e come ci svela il titolo, era un uomo felice, come certo lo erano i Tobagi, gli Alessandrini, i Moro, i Galli, come è scritto anche nell’altro titolo, posto nel medesimo scaffale Sellerio: Reagì Mauro Rostagno sorridendo. Queste le vittime, uomini felici.
Morte di un uomo felice non è un romanzo sugli anni di piombo. Né tantomeno il definitivo, né un nuovo filone, né altro che vuole girarci attorno e che rischia di spostare l’attenzione, in un attimo, a quel momento, per capire, se anche quest’opera di risposte, a quel conflitto non risolto, le dà. No, non leggeremo di questo. Certo gli occhi del protagonista indagano, riflettono, ma poi, c’è una scrittura, una trama, un filo narrativo potenti che danno di per sé corpo al libro.
È Colnaghi che tiene la scena, il racconto che si dipana attorno a lui diventa costruzione narrativa pura. È un personaggio pieno di dubbi e inquietudini, molto religioso, ma aperto, gira sui tram e in bicicletta, incontra amici alle osterie, e con loro si confronta di continuo, anche col suo idealismo. E poi inventa barzellette, ride, è un solitario che vive per motivi di lavoro in un misero bilocale, lontano dalla moglie, tanto simile alla freddezza di quei covi brigatisti su cui indaga. Nei suoi ricordi c’à sempre il padre Ernesto, di continuo, ex partigiano che morì in un’azione, ucciso dai fascisti, quando lui era piccolo e qui il racconto si incrocia con quell’altro tassello vitale, la storia della Resistenza.
E soprattutto c’è Milano. Colnaghi vive al Casoretto, il quartiere popolare teatro della mala milanese, quelli della “Ligera”, i ladri romantici e della banda Bellini. Il suo girovagare ci porta, col tramite del suo sguardo, in quelle vie, in quei bar. È una Milano splendida, o forse è solo la resa narrativa dell’autore a renderla tale. Giacomo Colnaghi inventa barzellette e ride, era davvero un uomo felice. Si mescola tra i clienti del vecchio bar che frequenta, ne immagina le vite, parla e discute con Mario, libraio romantico senza fortuna.
Il Campiello arriva a premiare un romanzo, la cui costruzione narrativa ne fa la buona riuscita. Come dovrebbe essere in un qualsivoglia premio letterario. Ma ora aggiungo il mio sguardo emotivo, nella coerenza di questa recensione disonesta, ed è questo: che nelle righe si parli e si racconti, di quegli anni affollati, come cita Fontana citando Gaber, che non si smetta di ricordare quel pezzo del nostro Paese che si vuole un po’ sotterrare, un po’ confondere, un po’ di nuovo acuire per esserne di nuovo stanchi. Che passi in un romanzo come ombra, come suggestione, anche senza esserne il perno, come vi è riuscito Giorgio Fontana, benissimo. Che lo si faccia ora, in questo tempo, con il tramite di queste giovani età narrative.
È proprio l’autore che cita Mario Luzi, nella poesia Presso il Bisenzio, a dircelo di nuovo:
Non potrai giudicare di questi anni vissuti a cuore duro, mi dico, potranno altri in un tempo diverso. Prega che la loro anima sia spoglia e la loro pietà sia più perfetta.

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