Alla fine ho deciso il mio voto per questo “dannato” referendum

Keith-Haring-charactersCi vorrebbero mille premesse, ma le evito e vado per punti. Queste le mie riflessioni dopo aver letto (e ascoltato) decine di articoli, interventi e post.

1) Non credo che se vincerà il sì il Paese cadrà in una deriva autoritaria né che se prevarrà il no l’Italia sarà bloccata per sempre. Non credo che chi a sinistra vota sì sia uno sporco traditore o un venduto al sistema di Renzi, né che chi vota no sia per mantenere la casta e faccia parte della solita sinistra del no. Dopo vent’anni di Berlusconismo sono diventato anche più fatalista: qualunque sarà l’esito del voto, il Paese andrà avanti comunque. E poi è la democrazia, è il suo bello: i cittadini si esprimono e scelgono.

2) In ogni caso non credo che l’eventuale instabilità (politica e finanziaria) che potrebbe derivare da una vittoria del no sia una variabile da considerare nel valutare una riforma costituzionale di questa portata. Mi sembra più una specie di “ricatto”: non è che possiamo votare una riforma perché se no cade il Governo e c’è instabilità. La riforma è per 20 anni, il governo ancora 2.

3) Non mi interessa la compagnia con cui si ritrova chi vota no (Salvini, Berlusconi, Grillo…) né quella del sì (Alfano, Verdini, Casini, Formigoni…). Anche se, a dirla tutta, mi pare più grave e incredibile governarci con Formigoni e soci (da cittadino lombardo, dopo 15 anni di opposizione alla sua amministrazione) che trovarsi insieme contingentemente su un referendum.

4) Sicuramente mi sento sempre più a disagio in questa politica fatta solo di tifoserie contrapposte incapaci di ogni confronto ragionato e pacato. Una politica che privilegia i tweet e i flash mob alla discussione.

5) Naturalmente ci sono aspetti della riforma positivi, ma ciò che mi spinge a votare NO è soprattutto la riforma del Senato. Non credo che il problema dell’Italia sia il bicameralismo perfetto e comunque non mi convince questa soluzione, che qualcuno ha brillantemente chiamato “bicameralismo pasticciato”, in cui il Senato resta e vota su una serie di questioni e non è eletto (almeno allo stato attuale) ma riempito di persone con il doppio incarico. Si potrebbe obbiettare “chi se ne frega del Senato”, ma se l’obiettivo è semplificare, invito a leggere l’art. 70 come è adesso e come viene modificato generando più di 10 casi diversi (anzi ascoltatelo qui, letto e recitato).

6) Non credo nemmeno che il problema dell’Italia sia che ci si metta troppo a fare le leggi a causa del ping-pong tra Camera e Senato, come lo chiamano adesso. I tempi non sono diversi da quelli degli altri Paesi, semmai abbiamo troppe leggi, scritte male e a volte anche in contraddizione tra loro. I tempi di approvazione di una legge dipendono dalla volontà politica: la legge sulle unioni civili, ad esempio, non veniva approvata non perché c’era il Senato ma perché mancava l’accordo politico. In questo legislatura, tanto bistrattata, sono state approvate la riforma del lavoro (jobs act), la riforma del pubblico impiego, la legge elettorale, la riforma degli enti locali (aldilà del giudizio che ciascuno ne può dare)…tutte a Senato ancora attivo!

7) Temo finisca come per la riforma delle Province e della legge elettorale. Le prime si dicono abolite, mentre in realtà sono rimaste ma svuotate di funzioni, tagliate di molte risorse e avendo tolto il diritto ai cittadini di eleggerne il Consiglio e il Presidente (a Milano, per la città metropolitana con 3,2 milioni di abitanti, hanno avuto diritto di voto solo 2.000 persone, tra consiglieri comunali e sindaci, e hanno votato in 1.500, un mese fa nel silenzio generale). E poi la legge elettorale, l’Italicum, approvata con il voto di fiducia(!!!), solo pochi mesi fa, come la migliore legge elettorale del mondo e ora già la vogliono cambiare senza mai averla nemmeno usata (sarebbe un bel record!).

8) No, non voterò NO per mandare a casa Renzi, se vorrò, lo farò alle elezioni politiche.

9) Infine una considerazione sulle modalità di questa politica a sinistra (di cosa fanno gli altri non mi interessa molto): una delle cose che più mi ha dato fastidio sono stati gli attacchi a organizzazioni non partiche, come i sindacati, l’ANPI o l’ARCI, sostenendo che non avrebbero dovuto schierarsi. Ricordo sommessamente che lo hanno sempre fatto anche nei precedenti referendum costituzionali e che nessuno a sinistra aveva mai avuto da dire. Mi colpisce particolarmente l’acredine verso quello che in fondo dovrebbe essere il nostro mondo di riferimento (certo non perfetto e privo di errori). Non dico che debbano essere le cinghie di trasmissione di antica memoria, ma se ANPI, Cgil e Arci si schierano per il no, forse qualche domanda sulla bontà della riforma, o quanto meno sulla capacità di comunicarla, me la farei, no? Non credo che dileggiare sempre chi a sinistra non la pensa come il Governo sia la soluzione migliore: ieri Civati, D’Alema e SEL, oggi ANPI, Cgil e Arci, domani…poi chi ci rimane? Non è che rischiamo di restare soli con Alfano, Verdini e Formigoni?

Ps: questo post è su briciole caotiche, dove non scrivo da molto, davvero troppo, ed anche in parte in risposta a vari amici che in questi settimane mi hanno chiesto quale sarebbe stato il mio voto. Non che io creda di spostare qualche voto, anzi, come dice Max, voto sempre per chi perde, quindi saranno contenti gli amici del sì 😉 Mi fa comunque piacere essere sul fronte del no pacato e ragionato (e forse un po’ sconsolato) con alcuni persone che stimo, tra cui voglio linkare, se avete voglia di leggere ancora, Edoardo Galatola (che davvero aveva toccato molti punti simili ai miei), Gianluca Ruggieri, Michela Cella, Sergio Cannavò

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